L’Unione europea trova l’accordo sulla riforma del copyright. Ora mancano il voto finale dell’aula di Strasburgo e la ratifica da parte del Consiglio: una formalità. Esultano gli editori, un po’ meno i colossi del web, che nell’ultimo anno si sono fronteggiati con una pressante attività di lobbying. La nuova formulazione non piace al governo italiano, che venerdì scorso aveva votato contro. Il testo approvato ieri ricalca in sostanza il compromesso raggiunto tra Francia e Germania, che una settimana fa si erano incartate sul nodo delle start-up. L’articolo 13 obbliga infatti i siti web e le applicazioni a dotarsi di un sistema in grado di intercettare i contenuti caricati online dagli utenti in violazione del copyright.

Una responsabilità troppo onerosa secondo le società destinatarie del provvedimento. Esentate le imprese più piccole e più giovani, con fatturato annuo inferiore ai 10 milioni di euro, con meno di 5 milioni di utenti unici mensili. L’altro articolo al centro della contesa è l’11, quello della volgarmente detta link tax. Uno strumento pensato per proteggere gli editori, che potranno chiedere ai motori di ricerca e agli aggregatori di notizie di pagare per gli articoli condivisi sulle loro piattaforme (e una quota dei proventi dovrà essere versata ai giornalisti). Sarà possibile la libera riproduzione di singole parole e di estratti molto brevi. Diversamente andranno pagati i diritti d’autore. «Con l’accordo raggiunto – dice Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo – proteggiamo la creatività europea. Musicisti, attori, scrittori, giornalisti avranno diritto a una giusta remunerazione anche dai giganti del web».

In sintesi, stando alle regole immaginate, i colossi di Internet come Facebook, YouTube o Google dovranno remunerare i contenuti prodotti da artisti e giornalisti, diventando responsabili per le violazioni sul diritto d’autore dei contenuti da loro ospitati. Sono escluse le piccole piattaforme. Si potranno condividere senza restrizioni i link accompagnati da singole parole, non i cosiddetti snippet (un breve testo di presentazione di un articolo con titolo e foto), che saranno coperti da copyright: per il loro uso, le piattaforme come Google News dovranno quindi pagare i diritti agli editori. Non ci saranno filtri sui contenuti come film o canzoni ma una cooperazione tra piattaforme e detentori dei diritti d’autore, concepita in modo da evitare che colpisca anche le opere che non violano il copyright.

Di più: i grandi siti web dovranno quindi organizzare meccanismi veloci di reclamo, curati da persone e non da algoritmi, per presentare ricorso contro un’ingiusta eliminazione di un contenuto. Sono le novità della riforma del copyright in Rete, votata dal Parlamento europeo con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astenuti. La riforma non tocca link non commerciali, enciclopedie online come Wikipedia né il caricamento di contenuti su piattaforme per la condivisione di software open source, come GitHub. Anche i meme o le parodie sono fuori da questa direttiva.

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