Negli ultimi anni il panorama lavorativo italiano ha visto emergere una nuova forma di occupazione: il lavoro a chiamata gestito tramite piattaforme digitali. Questa modalità di impiego, definita anche “on-demand” o “gig economy”, si è diffusa in modo capillare grazie all’accessibilità delle app e dei portali online, coinvolgendo una platea di lavoratori sempre più vasta. «Lavori tutto il giorno per strada e vedi gente che cade come un soffio di vento, la notte vedi di tutto di più» racconta un rider intervistato, simbolo di questa esperienza lavorativa intensa e spesso faticosa. La tecnologia permette un veloce incontro tra domanda e offerta, ma dietro l’apparente flessibilità si celano precarietà, instabilità di reddito e la frammentazione dei rapporti contrattuali. Le piattaforme non si limitano a offrire strumenti tecnologici: ridefiniscono la natura stessa dell’occupazione, imponendo nuove regole e tempi scanditi da algoritmi programmati per massimizzare l’efficienza. In un sistema che premia la disponibilità e la rapidità, la dimensione umana rischia di essere messa da parte.
Chi sono i 690mila lavoratori delle piattaforme: profili, numeri e attività svolte
Attualmente in Italia, secondo recenti dati raccolti dall’Inapp, si stimano circa 690.000 persone impegnate regolarmente su piattaforme digitali. Al di là dell’immagine tradizionale del fattorino del food delivery, questo universo comprende una varietà di figure professionali:
- rider e corrieri per la consegna di pasti e pacchi
- collaboratori domestici e addetti alle pulizie
- montatori di mobili, i cosiddetti “tasker”
- traduttori, informatici freelance e altre attività digitali
Un’analisi più approfondita mostra come il 36% di questi lavoratori sia impiegato nella consegna di cibo, il 14% si occupa di spedizioni, mentre oltre il 34% svolge incarichi “da remoto”, dall’elaborazione di contenuti alla programmazione informatica. Quasi 275mila persone dichiarano che tali attività costituiscono la loro fonte primaria di reddito. La versatilità delle piattaforme attrae molti utenti soprattutto per l’accessibilità del sistema: è sufficiente iscriversi per essere immediatamente ingaggiati, senza la trafila tipica dei processi di selezione tradizionali. Tuttavia, il quadro delle attività svolte riflette una forte eterogeneità sia nel tipo di incarichi che nei profili coinvolti: giovani in cerca di reddito supplementare, studenti, adulti senza alternative occupazionali, lavoratori stranieri e persone con necessità di flessibilità oraria.
La vita quotidiana dei rider e dei lavoratori on-demand: precarietà, competizione e isolamento
Le testimonianze raccolte nell’ambito delle indagini Inapp offrono un ritratto vivido e spesso drammatico del lavoro su piattaforma. Molti rider descrivono una routine scandita dalle chiamate dell’applicazione: per mantenere una posizione favorevole nell’assegnazione delle corse, si è costretti ad accettare il maggior numero possibile di richieste, a discapito di pause o bisogni primari. «Per controllare l’algoritmo l’unico modo è accettare qualsiasi corsa che arriva, se lo fai ti arriva una corsa appresso all’altra e non hai nemmeno il tempo di andare al bagno» afferma uno studente-fattorino.
Questa logica condiziona i rapporti sociali e il benessere lavorativo:
- i bonus legati a velocità ed efficienza accentuano la pressione, inducendo a rischiare di più nel traffico cittadino
- l’individualismo è incentivato dai sistemi di valutazione che promuovono la concorrenza tra pari, spesso a spese della solidarietà e dello spirito di gruppo
- l’assenza di strutture fisiche di riferimento priva i lavoratori della dimensione comunitaria tipica degli ambienti aziendali
L’effetto domino di queste dinamiche si traduce in un crescente senso di precarietà esistenziale e in una profonda sensazione di isolamento. Si lavora spesso in condizioni di solitudine, attraversando la città in ogni condizione meteo e oraria, con la sensazione costante di dipendere da parametri imperscrutabili. Il reddito generato dalle consegne è considerato essenziale dal 41,8% dei lavoratori della categoria, e per molti rappresenta un’ancora di salvezza in assenza di altre opportunità, ma a costo di un pesante tributo psicofisico. Lo stress generato da questa competizione permanente e dalla mancanza di sicurezza lavorativa viene amplificato nei periodi di maggiore richiesta o durante campagne di incentivi “a premi”, che alimentano ulteriormente l’ansia da prestazione tra i lavoratori.
Il ruolo degli algoritmi: controllo, trasparenza e impatto sulle condizioni di lavoro
Alla base della gestione delle piattaforme vi sono sistemi automatizzati, programmati per ottimizzare le performance complessive delle imprese. Gli algoritmi determinano la distribuzione degli incarichi, le valutazioni di efficienza, la visibilità dei profili nelle ricerche dei clienti. La natura di questo “capo invisibile” genera non poche criticità:
- assenza di trasparenza rispetto ai criteri che regolano le assegnazioni
- impossibilità di confrontarsi con un responsabile umano in caso di controversie
- sistema premiante che favorisce i più disponibili e veloci
L’impatto degli algoritmi, come emerge dalle ricerche Inapp, «disumanizza i rapporti», limitando la possibilità di cooperazione. I meccanismi di valutazione incentivano l’individualismo e riducono lo spazio per la rivendicazione collettiva dei diritti. Questa impostazione «mina la cooperazione e incentiva la competizione orizzontale», spiega il report. Mentre per alcuni freelance digitali (come traduttori o programmatori) l’algoritmo ha impatti limitati a visibilità e matching iniziale, per rider e driver il controllo è quotidiano e stringente, incidendo direttamente sui ritmi di lavoro, sulla sicurezza e sulla sostenibilità psicofisica delle prestazioni richieste. In ambito giudiziario, recenti sentenze – come quella del Tribunale di Palermo sulla trasparenza degli algoritmi di alcune piattaforme di delivery – hanno riconosciuto la necessità di comunicare agli operatori i criteri di valutazione e le regole di gestione dei dati personali.
Sicurezza, salute e rischi del lavoro su piattaforma
Nella ricerca della massima efficienza, il tema della sicurezza viene spesso sacrificato. L’analisi dei dati INAIL è impietosa: tra gennaio e novembre 2025, si sono contate 1.002 vittime sul lavoro, con dati stabili rispetto agli anni precedenti. I rider risultano particolarmente esposti ai rischi connessi ai ritmi serrati delle corse, agli spostamenti in traffico intenso e alle condizioni meteorologiche avverse. Le motivazioni sono molteplici:
- pressione costante sugli obiettivi di consegna e velocità
- sistemi premiali che spingono a “correre di più” per bonus
- assenza di tutele su infortuni specifici o malattie professionali
I rischi psichici si sommano a quelli fisici: la natura individualizzata del lavoro aggrava il senso di solitudine, compromettendo il benessere mentale. L’aumento degli infortuni sul lavoro tra categorie precarie, donne, stranieri e lavoratori più anziani, colpisce anche il settore delle piattaforme, dove spesso la formazione in materia di sicurezza è carente o assente. Le denunce di malattie professionali sono in crescita, con patologie a carico del sistema osteo-muscolare, nervoso e respiratorio. Il quadro che emerge è quello di una mancanza di presidio sulle misure sanitarie e prevenzione, a fronte della rapidità e della flessibilità che vengono richieste costantemente dai sistemi automatizzati.
Retribuzioni, diritti negati e urgenza di nuove tutele normative
I recenti sviluppi del dibattito nazionale mostrano come le retribuzioni effettive dei lavoratori delle piattaforme siano ben al di sotto della media rispetto ad altri settori, riflettendo annosi ritardi anche sul piano dei rinnovi contrattuali. I principali problemi lamentati da chi opera in queste condizioni riguardano:
- assenza di retribuzione oraria garantita
- assenza di indennità per malattia, ferie e maternità
- pagamento a chiamata, con inquadramento spesso come falsi autonomi
Il report Inapp sottolinea l’esigenza di riconoscere diritti basilari all’interno del lavoro su piattaforma: la trasparenza delle condizioni retributive, la possibilità di usufruire di periodi di riposo, l’accesso alle tutele sociali. Il sistema dei bonus, invece, tende a trasformare il rapporto tra prestazione e reddito in un meccanismo aleatorio e spregiudicato. Gli incentivi a breve termine, che spesso motivano i lavoratori a “fare di più” in periodi di alta domanda, generano effetti distorsivi, sia sulla sicurezza sia sulla tenuta complessiva del settore. In questo scenario, l’urgenza di un adeguamento normativo si fa sentire con forza: la direttiva dell’Unione Europea in materia, da recepire entro la fine dell’anno, pone le basi per un miglioramento delle condizioni, sebbene non imponga vincoli particolarmente stringenti agli Stati membri. Sul piano nazionale, la necessità di un intervento legislativo si scontra con il ritardo cronico delle politiche pubbliche sul tema.










