A partire dal 2020, l’Italia applicherà una nuova tassa di servizio digitale del 3% sulle transazioni attraverso un sistema di autovalutazione progettato per le aziende che guadagnano più di 6,1 milioni e valgono più di 827 milioni di euro. Questa imposta dovrebbe colpire grandi aziende digitali come Facebook, Google e altre società del web. Questa nuova tassa ha lo scopo di modernizzare il modo in cui l’Italia sta generando entrate prendendo di mira le grandi società multinazionali online, in linea con le richieste dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Queste regole dell’Ocse sono state richieste per evitare azioni indipendenti come quelle intraprese dall’Italia, che attualmente ha problemi di bilancio e aveva intenzione di aumentare le imposte sulle vendite ma, a causa della debole spesa interna, ha scelto invece di procedere con questa imposta per evitare l’aumento delle tasse. L’imposta sulle transazioni online dovrebbe generare circa 662 milioni di euro all’anno, una cifra considerevole ma che non risolve tutti i problemi.

Le tre precedenti ipotesi di web tax

La prima ipotesi allo studio è stata quella di una tassa piatta parametrata in base al volume d’affari realizzato dalle multinazionali del web nei vari Paesi europei. Su una ipotesi di questo tipo hanno lavorando i tecnici del governo della precedente legislatura, in una prospettiva seguita anche da Germania, Francia e Spagna. I ministri dell’Economia dei quattro Paesi avevano firmato la lettera in cui chiedono alle istituzioni europee di accelerare le decisioni sul tema.

Quindi c’era la proposta con cui quattro ministri puntano ad accelerare rispetto alle strade seguite finora dal parlamento europeo. La principale riguardava l’elaborazione di una base imponibile comune (Ccctb: Common Consolidated Corporate Tax Base) per individuare anche il reddito tassabile nelle transazioni tra i vari Paesi europei. L’ipotesi modificava il concetto di residenza considerando l’azienda residente nel Paese in cui acquisisce i dati personali che sfrutta in chiave commerciale.

Infine, anche l’Ocse stava studiando da tempo i problemi e le possibili soluzioni per introdurre un sistema in grado di superare le triangolazioni con Paesi a fiscalità agevolata con cui le multinazionali del web evitano il fisco dei Paesi in cui sviluppano il loro business. Un report sul tema e sulle possibili web tax, propedeutico alle decisioni su soluzioni operative coordinate a livello globale, ha fissato le coordinate da seguire.

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