Negli ultimi anni le modalità lavorative hanno subito trasformazioni radicali, spingendo milioni di persone ad adattarsi a nuove forme di lavoro e a ritmi sempre più intensi. La digitalizzazione, lo sviluppo dello smart working e la persistente iperconnessione consentono oggi di lavorare ovunque e in qualsiasi momento. Questo scenario, insieme a una competitività crescente e alla richiesta di performance elevate, ha favorito il diffondersi di nuove sfide per il benessere lavorativo.
In questo contesto, si è osservato l’aumento di fenomeni psicologici come la dipendenza dal lavoro, nota anche come workaholism. Non si tratta semplicemente di lavorare molte ore: diversi studi e un documento informativo di Inail mettono in guardia dagli effetti negativi di una relazione patologica con il lavoro, sia sulla salute individuale sia sugli equilibri organizzativi. La crescente attenzione verso il benessere mentale, unita ai cambiamenti sociali e tecnologici, trova nella consapevolezza e nella prevenzione della dipendenza lavorativa un tema centrale per il presente e per il futuro.
Workaholism: definizione, caratteristiche e differenze
Il termine workaholism fu coniato agli inizi degli anni Settanta dallo psicologo Wayne Oates. Rappresenta un bisogno ossessivo e incontrollabile di lavorare, che si manifesta con comportamenti compulsivi, pensieri persistenti sul lavoro e una costante sensazione di dover essere produttivi, anche a discapito della salute personale. I tratti caratteristici di questa forma di dipendenza includono:
- Compulsività: impossibilità di smettere di lavorare o di staccare mentalmente anche nel tempo libero.
- Ansia o senso di colpa quando non si lavora.
- Eccessivo tempo dedicato all’attività lavorativa, oltre i limiti richiesti dal ruolo.
- Trascuratezza per interessi personali, famiglia e relazioni sociali.
È importante distinguere il workaholism dall’engagement. L’engagement rappresenta uno stato psicologico positivo, in cui il coinvolgimento nel lavoro deriva da piacere, entusiasmo e motivazione intrinseca. Chi è engaged lavora con energia, ma sa fermarsi, rispettare pause e gestire la propria sfera privata. Il workaholic, al contrario, lavora perché costretto da una pressione interna, spesso accompagnata da sintomi paragonabili all’astinenza tipica delle dipendenze comportamentali.
Gli studi e i documenti di Inail, sottolineano come questo fenomeno sia spesso socialmente premiato: chi si dedica costantemente al lavoro può ricevere riconoscimenti professionali, promozioni e gratificationi economiche. Questo aspetto contribuisce però a renderlo meno visibile e più difficile da riconoscere, tanto che alcuni studiosi lo definiscono una dipendenza ben vestita.
Fattori rischio workaholism: individuali, organizzativi, sociali
Il workaholism nasce dall’interazione tra fattori individuali, organizzativi e sociali. Ecco i principali elementi di rischio, distinti per categoria:
- Fattori individuali: alcune caratteristiche della personalità aumentano la predisposizione a sviluppare dipendenza dal lavoro. Rientrano tra queste il perfezionismo, il bisogno di costante approvazione, la bassa autostima e una forte tendenza al controllo. L’eccessiva ambizione e la paura di non essere all’altezza spingono molte persone a lavorare sempre di più, mentre la difficoltà a definire confini tra lavoro e vita personale, favorita dalle tecnologie digitali, facilita comportamenti disfunzionali.
- Fattori organizzativi: la cultura aziendale esercita una forte influenza sul comportamento dei singoli. Ambienti estremamente competitivi, leadership improntate esclusivamente alla performance, obiettivi irrealistici o carichi di lavoro sproporzionati favoriscono l’escalation verso comportamenti compulsivi. Anche la mancanza di politiche che sostengano il work-life balance o il diritto alla disconnessione contribuisce a stabilizzare la dipendenza.
- Fattori sociali: precarietà occupazionale e iperconnessione tecnologica sono tra le principali cause di ansia e insicurezza lavorativa. In uno scenario in cui la disponibilità costante è considerata un valore aggiunto, si rafforzano aspettative di reperibilità anche nelle fasce orarie tradizionalmente dedicate al riposo. Questo clima favorisce la difficoltà a spegnere l’interruttore e a riconquistare spazi di libertà personale.
L’insieme di queste componenti rende il workaholism un rischio composito e insidioso. Per questo, la consapevolezza dei fattori predisponenti rappresenta il primo passo per riconoscere i segnali d’allarme e adottare strategie di prevenzione efficaci, sia a livello individuale sia organizzativo.
Impatto del workaholism sulla salute psicofisica
I danni della dipendenza da lavoro non si limitano al singolo individuo, ma si estendono all’intera organizzazione e, indirettamente, all’intero tessuto sociale. Sul piano personale, sono sempre più documentate relazioni tra workaholism e disturbi come ansia, depressione, esaurimento psicofisico (burnout), disturbi cardiovascolari, insonnia e compromissione delle relazioni interpersonali:
- Salute mentale: l’attaccamento eccessivo al lavoro riduce la capacità di recupero e genera una condizione di stress cronico, talvolta confusa con la sindrome da burnout.
- Salute fisica: la trascuratezza di bisogni fondamentali (riposo, alimentazione, attività fisica) comporta un aumento significativo del rischio di patologie, soprattutto cardiovascolari.
- Relazioni sociali: spesso vengono sacrificate a favore dell’impegno professionale, generando isolamento e insoddisfazione personale.
Dall’altra parte, anche le organizzazioni subiscono pesanti ripercussioni:
- Calano il benessere aziendale e la produttività, perché la qualità della prestazione diminuisce nel lungo termine e aumenta l’assenteismo dovuto a malessere psicologico.
- Peggiora il clima lavorativo, con la comparsa di dinamiche tossiche, competizione malsana e disaffezione.
- L’aumento del turnover porta a una perdita di talenti e difficoltà di retention, incidendo sulla reputazione aziendale.
Per tutti questi motivi, la promozione di ambienti di lavoro psicologicamente sostenibili e il monitoraggio del rischio di workaholism sono oggi considerati aspetti centrali nelle moderne strategie di gestione del personale.
Riconoscere e misurare la dipendenza da lavoro
La valutazione della dipendenza da lavoro non può più basarsi solo sul conteggio delle ore lavorate. Sono stati sviluppati specifici strumenti di misurazione che consentono di indagare le diverse dimensioni del fenomeno:
- DUWAS (Dutch Work Addiction Scale): indaga il lavorare eccessivo e compulsivo.
- BWAS (Bergen Work Addiction Scale): valuta gli aspetti tipici delle dipendenze comportamentali.
- MWS (Multidimensional Workaholism Scale): analizza motivazioni, emozioni, cognizioni e comportamenti legati al lavoro.
I campanelli d’allarme da non sottovalutare includono:
- Tendenza a lavorare o a pensare costantemente alle attività professionali, anche fuori dall’orario di lavoro.
- Sensazione di disagio, irritabilità o ansia durante le pause o i periodi non lavorativi.
- Incapacità di delegare, controllo ossessivo delle attività e ricerca spasmodica di riconoscimenti.
Il riconoscimento precoce di questi segnali consente di intervenire in tempo, evitando che la situazione evolva verso forme più gravi di disagio psicosociale.
Per contrastare la diffusione della dipendenza dal lavoro sono necessari interventi congiunti a livello organizzativo e individuale. Di seguito alcune strategie concrete adottate dalla prassi aziendale e dalle raccomandazioni contenute nei documenti di settore:
- Revisione delle politiche interne: promozione del diritto alla disconnessione e di regole che impediscano di lavorare oltre un certo orario, anche mediante il blocco automatico dell’invio di comunicazioni durante le ore non lavorative.
- Distribuzione sostenibile dei carichi di lavoro: programmazione ragionata degli obiettivi e monitoraggio dei livelli di stress mediante indagini di clima e strumenti psicometrici.
- Sviluppo di una cultura collaborativa, che incoraggi la partecipazione, il supporto tra colleghi e il confronto aperto sulle difficoltà.
- Formazione e sensibilizzazione di dirigenti e dipendenti sui rischi legati all’iperlavoro e sulle strategie di gestione dello stress.
Workaholism e rischio psicosociale: la normativa e l’Inail
La normativa italiana in materia di salute e sicurezza ha riconosciuto la centralità dei rischi psicosociali, inserendo l’obbligo di valutarli nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) ai sensi del D.Lgs 81/2008, articolo 28. Tra questi rischi rientra anche la dipendenza da lavoro, specie laddove può incidere sulla salute mentale e sulle performance degli individui.
L’Inail, in qualità di riferimento tecnico-scientifico per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, ha pubblicato documenti e linee guida specifiche che sensibilizzano su questa problematica. I materiali mettono in evidenza la necessità di aggiornare periodicamente il DVR includendo non solo i rischi tradizionali ma anche lo stress lavoro-correlato, il tecnostress e il rischio da isolamento, con specifici moduli dedicati anche al lavoro digitale e agile.
La valutazione, secondo le linee guida Inail aggiornate, dovrebbe essere effettuata mediante strumenti validati, monitorando indicatori precoci di disagio e implementando programmi di formazione, supporto psicologico e flessibilità organizzativa. Il contributo di Inail si concretizza inoltre in campagne di sensibilizzazione, partnership con aziende e sviluppo di strumenti per la valutazione e la gestione sostenibile dei rischi psicosociali.










