La professione del content creator è oggi una delle più dinamiche e in rapida espansione all’interno dell’economia digitale italiana. Dagli youtuber agli influencer, passando per chi lavora su Instagram, TikTok, Twitch, Substack o OnlyFans, il panorama è ormai affollato di figure che monetizzano in modo diretto o indiretto la propria presenza online.
Dietro al lavoro creativo e l’algoritmo, si celano anche aspetti fiscali complessi, spesso oggetto di fraintendimenti. Uno dei più diffusi è quello che riguarda la possibilità di utilizzare la prestazione occasionale al posto della partita IVA. In realtà, i limiti di applicazione di questa formula sono molto più ristretti di quanto si creda e, nel 2025, l’interpretazione normativa è diventata ancora più stringente.
Quando la prestazione occasionale è ammessa e quali sono i limiti
La prestazione occasionale può essere utilizzata soltanto se l’attività è episodica, non continuativa e priva di una struttura professionale. In altre parole, chi viene chiamato da un’azienda per realizzare un singolo contenuto, senza alcun tipo di continuità o accordo futuro, può effettivamente emettere una ricevuta per prestazione occasionale. Ma attenzione: non basta guadagnare meno di una certa cifra per evitare la partita IVA. Il famoso limite dei 5.000 euro annui, citato spesso in maniera impropria, non delimita l’obbligo fiscale, ma riguarda esclusivamente la soglia oltre la quale scatta l’obbligo contributivo verso l’Inps Gestione Separata. Sotto tale soglia, il prestatore non è tenuto a versare contributi previdenziali, ma ciò non significa che possa esercitare liberamente una professione in modo stabile senza inquadramento fiscale.
È l’aspetto della continuità e abitualità a fare la vera differenza. Se l’attività di content creation viene svolta con regolarità, magari su più piattaforme e con contratti ricorrenti o guadagni anche minimi ma costanti nel tempo, allora non si è più in presenza di una prestazione occasionale. Le stesse linee guida dell’Agenzia delle Entrate lo confermano: non conta solo quanto si guadagna, ma come lo si guadagna. Pubblicare video tutte le settimane, collaborare con brand, ricevere introiti da YouTube Partner o programmi di affiliazione, sono tutti segnali inequivocabili di una attività organizzata a fini di lucro.
Obbligo di partita Iva per youtuber e influencer
Per i creatori digitali che lavorano in modo stabile e ripetuto, l’obbligo di aprire partita IVA è non solo necessario, ma ormai anche inquadrato da un codice ATECO specifico: il 73.11.03, introdotto dal primo gennaio 2025. Questa novità normativa consente finalmente un’identificazione chiara del content creator come figura professionale autonoma, distinguendolo da altri operatori del marketing o della pubblicità. In sostanza, non è più sostenibile continuare a operare in forma occasionale se si pubblicano regolarmente contenuti sponsorizzati o si ottengono ricavi ricorrenti da piattaforme digitali.
Anche per coloro che svolgono contemporaneamente un altro lavoro dipendente o che sono studenti, pensionati o disoccupati, vale lo stesso principio: la natura continuativa dell’attività online è l’unico criterio valido per determinare se si tratta di prestazione autonoma soggetta a inquadramento IVA. La legge fiscale italiana non fa eccezioni in questo senso: il contenuto della prestazione è quello che conta, non la condizione soggettiva del prestatore.
La partita IVA va aperta anche per importi modesti, a meno che l’attività non sia effettivamente saltuaria e priva di pianificazione. La buona notizia è che oggi esiste un regime semplificato, il forfettario, che consente di operare in maniera più agile, con aliquote ridotte (5% per i primi cinque anni e poi 15%) e obblighi contabili minimi. Il forfettario, inoltre, è compatibile con la maggior parte delle attività digitali e rappresenta la forma più accessibile per iniziare a lavorare in modo regolare.
Oltre agli aspetti fiscali, chi svolge attività online deve tenere conto anche degli obblighi previdenziali. Se si lavora con partita IVA senza appartenenza a un ordine o a una cassa professionale, è necessario iscriversi alla Gestione Separata Inps. Qui entrano in gioco i contributi obbligatori, che nel 2025 sono pari al 26,07% del reddito imponibile per i soggetti non iscritti ad altra forma previdenziale. Per chi usa la prestazione occasionale e supera i 5.000 euro, come accennato, l’obbligo di versamento è limitato ai soli contributi eccedenti quella soglia, ma resta comunque un adempimento da gestire con attenzione.
Continuare a operare senza regolare partita IVA espone inoltre al rischio di accertamenti fiscali, sanzioni, e nei casi più gravi anche a contestazioni per evasione fiscale o simulazione di lavoro dipendente. L’Inps e l’Agenzia delle Entrate incrociano ormai in tempo reale i dati delle piattaforme e dei pagamenti digitali, rendendo praticamente impossibile celare un’attività online che genera ricavi, per quanto piccoli. Il consiglio, quindi, è quello di uscire dalla “zona grigia” e regolarizzare la propria posizione il prima possibile, magari con l’aiuto di un commercialista esperto in attività digitali.










