Che sia la volta buona del passaggio dalle bollette a 28 giorni a quelle a un mese da parte dei gestori telefonici e delle pay TV? Non si tratta per i consumatori di una mera questione di tempistica nell’invio delle bollette perché di mezzo c’è proprio il maggior esborso economico. Rosicchiando due tre giorni al mese, si finisce con il pagare un mese in più di abbonamento all’anno. Ebbene, se i vari operatori, da Tim a Vodafone passando per Sky (solo per citarne alcuni) sono sordi alle richieste e alle multe di Agcom, ecco la che svolta potrebbe arrivare dalla politica. Sono infatti due gli strumenti utilizzati per ristabilire lo status quo originario che, sul versante telefonico, riguarda le linee fisse e non i cellulari.

Da una parte la Camera dei deputati ha approvato una risoluzione che impegna l’esecutivo ad affrontare il tema delle bollette a 28 giorni. Più precisamente viene chiesto di assumere iniziative normative, nell’ambito della manovra per impedire che gli operatori telefonici e di telecomunicazione adottino una cadenza di fatturazione che non abbia come base il mese o un suo multiplo. Dall’altra è stata presentata una proposta di legge che fissa una serie di paletti per il presente e il futuro.

Si va dal ritorno alla fatturazione mensile e non ogni 28 giorni all’aumento del potere di controllo degli organi competenti, tra cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dall’inasprimento delle multe a carico degli operatori (da 500.000 a 5.000.000 di euro) al rimborso di almeno 50 euro agli utenti di quanto pagato ai gestori telefonici e alle televisioni a pagamento nel caso di mancato rispetto dell’obbligo di cadenza mensile, fino ad arrivare alla riduzione della libera facoltà di cambiare le condizioni contrattuali in maniera unilaterale. Sta adesso al governo decidere se approvare il testo ovvero inserirlo in manovra, proprio in questi giorni in fase di scrittura.

E spunta l’asta per il 5G

Nel decreto fiscale collegato alla manovra di bilancio potrebbe finire l’asta delle frequenze 5G per la banda larga mobile. Secondo le stime dell’esecutivo dovrebbe consentire un incasso lordo di 3 miliardi e 250 milioni di cui 1,25 miliardi nel 2018, all’assegnazione, e 2 nel 2022 quando le frequenze saranno nella disponibilità effettiva degli operatori aggiudicatari. Cifra che va però decuratata di circa 730 milioni di oneri vari, in gran parte per indennizzare con misure compensative i broadcaster televisivi che dovranno liberare le frequenze. La durata dei diritti d’uso delle frequenze 5G sarà di 20 anni.

È previsto che l’Authority per le comunicazioni, entro il 31 marzo 2018, adotti le procedure di gara, poi il Ministero dello Sviluppo economico dovrà assegnare le frequenze entro il 30 settembre 2018, con disponibilità a partire dal primo luglio 2022. In parallelo entro il 31 maggio del prossimo anno dovrebbe essere adottato il nuovo piano nazionale delle frequenze del digitale terrestre.

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