Autisti, muratori, centralinisti e operai sono tra le figure più a rischio. Ma sono tanti altri i lavori che già adesso sono stati affidati ai robot, come dimostrato dalla spesa aziendale sempre più consistente in investimenti in automazione. Nel mirino ci sono soprattutto le professioni caratterizzate da un’attività ripetitiva: nei prossimi anni circa un terzo potrebbe essere soppiantato dalle macchine. Il problema non riguarda solo l’industria: ripensamenti in vista anche per le professioni legali, la contabilità, e molti lavori svolti da colletti bianchi. Per qualcuno si tratta di una naturale applicazione dei progressi delle nuove tecnologie, per altri di una pericolosa degenerazione destinata a rendere più aridi i rapporti umani. Esempi di sperimentazioni sono già davanti a tutti:
Impieghi ripetitivi a rischio
Il robot minaccia parte del lavoro oggi svolto dall’uomo. A rilevarlo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, in uno studio illustrato al Festival del lavoro, che ha aperto i battenti al Lingotto Fiere, a Torino. A essere scalzati dal proprio ruolo potrebbero essere autisti di autobus, di tram e di filobus, operai addetti a macchinari del tessile e delle confezioni, i muratori in pietra e i centralinisti, a causa dell’introduzione di sistemi automatici e intelligenti. Il dossier mette in luce come sia stata la crisi delle costruzioni, più che la sostituzione con le macchine a determinare la flessione di alcune figure professionali nel nostro mercato del lavoro, come carpentieri e falegnami nell’edilizia, conduttori di gru e di apparecchi di sollevamento, manovali e personale non qualificato dell’edilizia civile.
Un allarme è stato lanciato di recente dall’Onu: secondo un report della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, i robot sostituiranno in futuro il 66% del lavoro umano. L’utilizzo dei robot industriali, spiegano gli autori del rapporto, è aumentato rapidamente dal 2010 a oggi: Unctad stima che nel 2015 ne siano stati impiegati 1,6 milioni di unità, e che supereranno i 2,5 milioni entro il 2019.
E proprio per affrontare la sfida dell’automazione dei processi produttivi, che potrebbe impoverire la classe lavoratrice, il leader laburista britannico Jeremy Corbyn ha lanciato l’idea di una robot tax, un’imposta per penalizzare le aziende che rimpiazzano la manodopera umana. Naturalmente non tutti concordano sugli effetti negativi. Stefano Sacchi, presidente dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche: negli ultimi cinque anni, spiega, l’effettiva disoccupazione tecnologica è stimabile nell’ordine dell’1,5% dell’occupazione.










