L’ultimo intervento in ordine di tempo riguarda l’Ikea, il colosso svedese del mobile low cost, e due distinti accordi fiscali conclusi con le autorità olandesi. Il primo accordo fiscale risale al 2006 e ha permesso a Ikea di trasferire commissioni di licenza dall’Olanda al Lussemburgo. Il successivo tax ruling, del 2011, prevede che il denaro sia trasferito, questa volta sotto le sembianze di un prestito interaziendale, nel Liechtenstein. Nei due casi, l’imposizione sarebbe stata minima se non addirittura inesistente. La Commissione parla di centinaia di milioni evasi, ma altre fonti segnalano un ammontare di un miliardo. Queste grane fiscali non sono affatto una novità per le grandi multinazionali del settore e il rischio, paventato da osservatori e analisti, è che l’ammontare delle tasse che saranno costrette a pagare per sanare la propria posizione avrà ripercussioni sul prezzo di beni e servizi per la clientela.

Amazon. Bruxelles ha chiesto ad Amazon di rimborsare al Lussemburgo tasse non versate per un totale di 250 milioni di euro. La Commissione ha concluso che un ruling fiscale, emanato dal Lussemburgo nel 2003 e rinnovato nel 2011, ha ridotto le imposte versate da Amazon in Lussemburgo senza alcuna valida giustificazione. Il ruling ha permesso ad Amazon di trasferire la maggior parte dei suoi utili da una società del gruppo Amazon che è soggetta a tassazione in Lussemburgo (Amazon Eu) a una società che non lo è (Amazon Europe Holding Technologies).

Apple. La Commissione europea ha condannato Apple a rimborsare al governo irlandese tasse non versate per via di un accordo fiscale illegittimo. L’ammontare del rimborso è record: fino a 13 miliardi di euro più gli interessi. L’accordo permetteva ad Apple di beneficiare di una aliquota dell’1% nel 2003, per scendere allo 0,005% nel 2014. Nello scorso ottobre la Commissione ha deciso di trascinare l’Irlanda dinanzi alla Corte europea di Giustizia perché non si era attivata per recuperare i 13 miliardi di euro dovuti da Apple.

Starbucks. Sempre nell’ottobre 2015 anche Starbucks Emea, con sede nei Paesi Bassi, è entrata nelle attenzioni di Bruxelles a causa di un ruling fiscale con le autorità olandesi del 2008 che ha provocato una riduzione indebita dell’onere fiscale per almeno 20-30 milioni di euro a partire dal 2008. In particolare, il ruling fiscale ha ridotto le imposte pagate in due modi: la società versava royalty estremamente onerose ad Alki per usufruire di know-how relativo alla tostatura del caffè e paga va un prezzo gonfiato per chicchi verdi di caffè a Starbucks Coffee Trading Sarl, società con sede in Svizzera.

Fiat. Nell’ottobre del 2015 la Commissione ha messo nelle more anche Fiat Finance and Trade, fornitrice di servizi finanziari, tra cui prestiti infragruppo, ad altre società del gruppo. L’indagine di Bruxelles ha rivelato che un ruling fiscale emanato dalle autorità lussemburghesi nel 2012 ha offerto un vantaggio selettivo a Fiat Finance and Trade pari a una riduzione indebita dell’onere fiscale per almeno 20-30 milioni a partire dal 2012. L’imposizione sugli utili, invece di essere determinata come per le banche, era basata su una metodologia artificiosa e complessa che riduceva le imposte pagate.

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