Avete presente quando nella fase di installazione di un’app si dà il consenso per l’accesso a una serie di informazioni presenti sul cellulare? Ebbene, non sempre questo passaggio è neutro ovvero non comporta conseguenze inattese. Il servizio “Persone che potresti conoscere” di Facebook, ad esempio, da utile funzione che permette di trovare i vecchi compagni delle elementari o allargare il cerchio delle amicizie virtuali, può diventare un grande fratello in grado di svelare i segreti di famiglia. Lo testimoniano diversi casi, raccolti dal sito di tecnologia Gizmodo, in cui l’algoritmo del social network, di cui si conosce solo in parte il funzionamento, ha messo in contatto persone insospettabili, dai clienti di una prostituta ai pazienti di uno psichiatra.

Nel caso della prostituta, che vive in California, la donna si è vista consigliare come amici sul suo profilo normale alcuni clienti abituali, nonostante l’indirizzo email e il telefono che usava per lavoro fossero diversi e non avesse un profilo Facebook nella vita parallela. Lo stesso problema, racconta la donna, è stato riscontrato anche da altre colleghe. “Chi va con una prostituta è molto preoccupato per la privacy – racconta -, usa nomi, email e telefoni alternativi“. Una spiegazione probabile, suggerisce il sito Gizmodo, è che il social network usi informazioni carpite da altre app del telefono, come la geolocalizzazione.

In altri casi riportati a essere connessi sono stati i clienti di uno psichiatra, ma anche persone che si erano semplicemente incrociate per strada. Le spiegazioni della compagnia sono state sempre piuttosto fumose e non sono mai stati rivelati quali siano effettivamente i parametri utilizzati per mettere in connessione i vari profili. Il dubbio che il social network di Mark Zuckerberg, vada a sbirciare almeno anche nelle email è venuto a una donna che viveva in Florida, che ha descritto sempre a Gizmodo la propria vicenda: si è vista consigliare una signora avanti con gli anni dell’Ohio, con un cognome vagamente familiare, per poi scoprire che era la cognata del nonno biologico che non aveva mai conosciuto.

Internet e i link ingannevoli

Dopo un attacco di phishing fino al 60% dei destinatari clicca su link ingannevoli e circa tre quarti (75%) di questi cede anche le proprie credenziali senza verificare l’attendibilità del mittente, specie nei primi 20 minuti dal ricevimento della mail. È il risultato di un test di phishing (Sdva, Social driven vulnerability assestment) condotto su 40mila dipendenti di più di 20 imprese in tutta l’Unione europea da Cefriel, società partecipata da università, imprese e pubbliche amministrazioni che realizza progetti di innovazione digitale e di sviluppo del capitale umano.

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