Questa volta a finire nel mirino nelle polemiche dell’economia digitale sono finiti due tra gli attori protagonisti di questi ultimi anni: Uber e Google. La società di Mountain View è finita nel mirino perché il sito Quartz ha svelato che rileva i dati della posizione geografica degli utenti degli smartphone Android a loro insaputa, anche se disattivano la geolocalizzazione. Si tratta di un’accusa che mette BigG in una posizione piuttosto scomoda perché arriva in un momento in cui l’attenzione per la privacy e la riservatezza è particolarmente elevata. Da parte sua, Google ha ammesso questo comportamento, motivando la ricezione di quei dati con la necessità di migliorare la gestione delle notifiche e dei messaggi, ma ha assicurato che entro la fine del mese smetterà di riceverli.

Di più: Google ha sottolineato che i dati non sono mai stati registrati, ma “immediatamente cancellati”. Quartz ha evidenziato che le informazioni sulle posizioni dei ripetitori agganciati da un telefono potrebbero portare all’esatta localizzazione dell’utente con una semplice triangolazione. Nel caso in cui sullo smartphone fosse presente un software spia, quei dati potrebbero finire nelle mani di terze persone. Da parte sua, Uber ha tenuto nascosto per un anno di aver subìto l’hackeraggio dei dati di 57 milioni di utenti nel mondo, di cui 600 mila conducenti. E secondo Bloomberg avrebbe pagato 100.000 dollari agli autori del maxi furto per evitare che divulgassero la notizia. La violazione dei dati è stata ammessa da Uber. Sono stati hackerati i nomi, le email e i numeri di telefono degli utenti e i numeri di patente dei conducenti, ma non quelli delle carte di credito e dei conti bancari.

Uber e la pirateria informatica

Arriva dunque una nuova bufera su Uber dopo la rivelazione che ha tenuto nascosto per oltre un anno di aver subito l’hackeraggio dei dati di 57 milioni di utenti nel mondo, di cui 600.000 conducenti, ammettendo di aver pagato 100.000 dollari a non meglio specificati pirati informatici per occultare la notizia e di aver licenziato Joe Sullivan e Craig Clark, capo e vice della sicurezza. Il procuratore dello stato di New York Eric Schneiderman ha aperto un’inchiesta, che dovrebbe chiarire anche chi ha autorizzato il pagamento del riscatto: no comment per ora dal portavoce di Travis Kalanick, all’epoca amministratore delegato.

Con la magistratura della Grande Mela Uber aveva raggiunto un accordo nel gennaio 2016 sulla protezione dei dati dei clienti, un’intesa che faceva seguito a un altro atto di pirateria informatica del 2014, per il quale la società ha già pagato una multa di 20.000 dollari per non aver rivelato tempestivamente il furto di dati riguardanti solo gli autisti.

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