Inutile girarci troppo attorno: il nuovo servizio Sky Q rappresenta uno strumento aggiuntivo da far valere sul terreno della concorrenza con l’affermato Netflix e l’emergente Amazon Prime. In estrema sintesi si tratta di un set top box da collegare al satellite e al Wi-Fi che comunica wireless con gli altri televisori grazie a un altro apparecchio (Sky Q Mini) e via app con tablet e smartphone Android o con iPhone e iPad. I cari vecchi cavi diventano così un ricordo, così come la parola decoder, massa in in soffitta da Sky. Dal punto di vista della fruibilità, si arriva a un massimo di tre TV e due device mobili utilizzabili in parallelo su diversi programmi Sky.

Al pari di quanto avviene nel Regno Unito, dove Sky Q è da tempo presente, se si interrompe la visione su uno schermo, la si può riprendere su un altro. Si accennava a Netflix: c’è un’altra funzione, particolarmente apprezzata dagli utenti e sicuramente strategica per il fornitore di contenuti, che è stata mutuata. Si tratta dell’autoplay ovvero l’immediata visione della puntata successiva di una serie TV non appena terminata quella in corso. Basterà per vincere la sfida della concorrenza? A fare la differenza saranno i contenuti perché, come dimostrato dai trend di mercato, i consumatori sono disposti a spendere qualcosa in più nel caso di proposizione di una programmazione varia e di qualità.

Lo storage di 2 TB permette di salvare circa mille ore di contenuti in alta definizione. I tempi dell’uscita sono imminenti: Sky Q Platinum, da fare installare da un tecnico specializzato, è acquistabile dal 29 novembre ma è sin da subito prenotabile. Il prezzo del terminale è di 199 euro. Per usare Sky Q anche nelle altre stanze occorre acquistare anche Sky Q Mini a 69 euro (ciascuno). Capitolo canone: per i clienti Sky da più di 6 anni con servizio HD, il pacchetto Sky Q Plus ha un costo di 4 euro aggiuntivi in fattura. Una cifra che sale a 15 euro per i clienti Sky da meno di 6 anni e per i nuovi clienti, sempre con servizio HD attivo.

E arrivano le quote TV

Più film italiani in prima serata, più investimenti da parte delle TV, maggiori tutele per i lavoratori, stop alla censura ma anche un nuovo sistema di classificazione dei film, che potranno essere non adatti ai minori di sei anni. È la rivoluzione contenuta nei decreti sul cinema italiano approvati dal Consiglio dei ministri. Avversato dai broadcaster, applaudito da molte firme del cinema, dalle associazioni degli autori, dai produttori indipendenti, il primo decreto prevede una gradualità, in quattro anni, per l’entrata a regime delle nuove quote minime per la promozione di opere europee e italiane. Sarà l’Agcom a verificare il rispetto degli obblighi e a comminare le sanzioni, da 100.000 a 5 milioni di euro ovvero fino all’1% del fatturato.

Nuovi obblighi di programmazione, mutuati dal sistema francese, prevedono una quota minima per tutte le opere europee pari al 53% per tutti gli operatori per il 2019, al 56% per il 2020 e infine al 60% dal 2021. È abolita inoltre la possibilità di vera e propria censura dell’opera. Scompare quindi il divieto assoluto di uscita in sala di un opera, l’uscita condizionata a tagli o modifiche della pellicola. Viene definito un nuovo sistema di classificazione articolato in quattro categorie: opere per tutti; opere non adatte ai minori di 6 anni; opere vietate ai minori di 14 anni; opere vietate ai minori di 18 anni. Nuovo sistema di icone e di avviso per i contenuti sensibili.

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