All’inizio erano solo aziende locali, deluse da un mondo dei social troppo timido nel denunciare e combattere odio e razzismo all’interno delle proprie piattaforme. Ma è stato dopo le proteste seguite alla morte di George Floyd, il vero decollo della campagna di boicottaggio Stop hate for profit, a cui hanno cominciato ad unirsi big del calibro di Verizon, Honda, North Face, Patagonia, fino all’adesione della multinazionale delle multinazionali, la Coca Cola. Che ha annunciato: dal primo luglio sospenderà, almeno per un mese, tutta la pubblicità su Facebook, Instagram, YouTube, Twitter e altre piattaforme social.

“Non fate abbastanza contro le discriminazioni”, è l’accusa che tutti muovono soprattutto ai vertici di Facebook. Aziende come Coca Cola e Verizon investono molto in promozione e così in Borsa le azioni di Zuckerberg venerdì hanno perso l’8,3%, il risultato peggiore degli ultimi tre mesi. Zuckerberg reagisce annunciando una stretta su un ampia categoria di contenuti d’odio e il bando degli spot che identificano una razza, una etnia, un orientamento sessuale come pericolo.

Non solo Coca Cola, le aziende che hanno mollato Facebook

Coca Cola non è la sola azienda che ha sospeso la pubblicità. Il 17 giugno la Naacp ha lanciato la campagna di boicottaggio Stop hate for profit, il 19 giugno è stato il turno di The North Face, il 23 giugno di Ben & Jerry, Patagonia e adesso di Coca-Cola, Unilever, Levi’s, Procter & Gamble, Honda. Nel 2019 Facebook ha guadagnato 69,7 miliardi di dollari dalla pubblicità. Il boicottaggio ha fatto perdere a Zuckerberg 7,2 miliardi di dollari portando il suo patrimonio a 82,3 miliardi.

Zuckerberg è scivolato al quarto posto nella classifica dei Paperoni, superato dal re del lusso Bernard Arnault, boss di Louis Vuitton, sul podio con Jeff Bezos e Bill Gates. Ma chi sono a oggi i principali inserzionisti di Facebook. In ordine si tratta di Disney, Procter & Gamble, U.S. Census Bureau, D.J. Trump for president Inc., Home Depot.

Se riavvolgiamo il nastro degli eventi, questa è stata solo l’ennesima puntata di un percorso che ha portato alle perdita di ficucia. Cambridge Analytica ha raccolto i dati di milioni di account Facebook senza consenso e li ha usati per propaganda politica. Poi c’è stato il caso dei dati gonfiati con Facebook che per oltre un anno avrebbe intenzionalmente ingigantito le informazioni del tempo medio di visione di video pubblicitari inseriti a pagamento sul social.

Secondo alcune denunce i tempi sarebbero stati aumentati in alcuni casi sino al 900%. Agli utenti non è quindi piaciuto l’ approccio troppo morbido adottato da Facebook su controversi messaggi pubblicati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

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