Il whistleblowing, adesso legge, è lo strumento con cui un lavoratore può denunciare un collega. Al netto di regolamenti di conti e delazioni, sempre possibili, può utilizzarlo quando rileva una possibile frode, un pericolo o un altro serio rischio che possa danneggiare clienti, colleghi, azionisti, il pubblico o la stessa reputazione dell’impresa o dell’amministrazione presso cui lavora. Le nuove regole valgono sia nel pubblico e sia nel privato. In pratica la legge offre una tutela legale per i lavoratori che denunciano le irregolarità nel caso questi subiscano una ritorsione da parte del denunciato proprio a causa della delazione di quest’ultimo. Sono tre i cardini della legge:

  1. Il dipendente pubblico, o chi lavora per fornitori di amministrazioni pubbliche, che segnala illeciti non può essere demansionato.
  2. Multa fino a 50.000 euro per chi non verifica le denunce ovvero indagini automatiche.
  3. Se chi denuncia è colpito da una sanzione è l’amministrazione a dover dimostrare che si è mossa per motivi diversi dalla denuncia.

In inglese viene utilizzata la parola whistleblower, che deriva dalla frase to blow the whistle (letteralmente significa soffiare il fischietto), ed è riferita all’azione dell’arbitro nel segnalare un fallo o a quella di un poliziotto che tenta di fermare un’azione illegale. Di fatto è già collaudato da alcuni anni per informare tempestivamente eventuali tipologie di rischio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, come pericoli sul luogo di lavoro, frodi all’interno, ai danni o ad opera dell’organizzazione, danni ambientali, false comunicazioni sociali, negligenze mediche, illecite operazioni finanziarie, minacce alla salute, casi di corruzione o concussione e altri ancora.

Anonimato? Non proprio

Dal punto di vista formale, il dipendente pubblico può denunciare alla magistratura, al responsabile della prevenzione della corruzione, all’Autorità nazionale anticorruzione, condotte illecite di cui è venuto a conoscenza per effetto del proprio rapporto di lavoro. Le condotte tuttavia devono essere rilevanti e fondate su elementi di fatto precisi e concordanti. Pur rischiando atti di ritorsione a causa della segnalazione, la legge approvata gli riconosce di svolgere un ruolo di interesse pubblico al servizio della comunità e lo tutela garantendogli l’anonimato. Più esattamente, chi denuncia mantiene l’anonimato in caso di procedimenti disciplinari e nel processo fino al primo grado.

Significa che durante il processo, in secondo grado potrebbe accadere che il nome del denunciante venga rivelato senza il suo espresso consenso. Per dirla con le parole dell’associazione Transparency, “manca una protezione completa nel settore privato, nel senso che il modello non è obbligatorio, non sono previste misure di protezione per le segnalazioni a regolatori esterni o all’autorità giudiziaria. Nei procedimenti giudiziari, a un certo punto l’identità del segnalante potrebbe essere rivelata. Manca poi un fondo economico di ristoro per chi segnala”. La legge prevede il reintegro per il segnalante licenziato e la nullità degli atti discriminatori.

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