No, non ci siamo: i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro sul numero di mamme costrette a lasciare il lavoro riferiscono di un Paese, il nostro, in cui maternità e lavoro non vanno d’accordo. Anzi, sono proprio antitetici considerando le motivazioni contenute in centinaia di lettere di dimissioni. Se le aziende fanno poco o nulla per facilitare la prosecuzione del rapporto di lavoro (c’è chi denuncia un vero e proprio ostracismo), anche lo Stato ci mette nel suo nel tagliare le agevolazioni e nel fare considerare un peso – pur senza volerlo, intendiamoci – la nascita di un bambino. E il tutto mentre i posti agli asili nido sono sempre pochi e con rette non facilmente sostenibili, soprattutto nelle grandi città. Non a caso è la Lombardia la regione che fa registrare le percentuali più alte.

Ed ecco allora che dinanzi ai dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro monta la protesta su social media, blog di discussioni e chat. Com’è possibile, si domanda che

  • 37.738 genitori con figli fino a 3 anni di età si sono dimessi nel corso del 2016
  • 29.879 neomamme si sono dimesse nel 2016: solo 5.261 sono passate in un’altra azienda
  • 7.859 neopapà si sono dimessi nel 20116: di questi 5.609 sono passati a un’altra azienda

I dati confermano l’inadegutezza delle strutture di accoglienza sul territorio ma anche l’importanza del ruolo di supporto svolto dalle famiglie di origine delle lavoratrici. E se il numero di dimissioni cresce è anche per via dei nonni costretti a lavorare anche in tarda età.

Meno nascite meno spese

E il tutto mentre l’esecutivo ha rinnovato il bonus bebè, ma lo ha depotenziato: l’assegno per i nuovi nati vale adesso solo un anno. Il bonus, che si chiama in realtà assegno di natalità, è stato introdotto a partire dal 2015, per tre anni, con l’obiettivo di agevolare i nuclei familiari e contrastare il calo delle nascite. Scadeva dunque nel 2017. Con la legge di Bilancio approvata sul finire dello scorso anno, l’assegno è stato prorogato allo stesso livello precedente, 960 euro l’anno, ma solo per i nati nel 2018 che se lo vedranno riconoscere esclusivamente per il primo anno di vita invece che fino al compimento del terzo. Ma perché questa sforbiciata? Quali sono le ragioni di questa corsa al risparmio proprio in un Paese in cui le nascite andrebbero incentivate?

Lo Stato conta di spendere poco più di 400 milioni di euro ipotizzando una platea di 280mila bambini, ovvero 50mila in meno rispetto alle stime fatte per l’assegno originario. I requisiti richiesti sono confermati: Isee non superiore 25mila euro con importo raddoppiato se l’indicatore non supera i settemila.

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