L’importante è crederci. E avere fiducia nella Rete. Deve aver pensato così Carter Wilkinson, 16enne americano del Nevada che, via Twitter, ha chiesto alla catena di fast food Wendy’s quanti retweet siano necessari per ottenere un anno di chicken nuggets gratis. Risposta di Wendy’s: 18 milioni. E lui ha replicato: «Consideratelo fatto». E ha fatto partire la sfida: dal 6 aprile, ha raggiunto 2,5 milioni di retweet, un dato molto lontano dall’asticella fissata da Wendy’s ma comunque da record. Si tratta infatti del secondo cinguettio più ritwittato di sempre, dopo quello del 3 marzo 2014 in cui la presentatrice americana Ellen DeGeneres ritraeva se stessa e alcuni volti celebri di Hollywood durante la notte degli Oscar. E che ha toccato 3,2 milioni.

Di fatto, Wilkinson ha già battuto il Four more years lanciato da Barack Obama nel 2012, il giorno della conferma alla Casa Bianca (con foto dell’abbraccio a Michelle), rilanciato oltre 941mila volte. Ad appoggiare Carter nella sua missione, oltre a tanti navigatori anonimi, anche grandi aziende come la United Airlines, che ha offerto al giovane se raggiungerà quota 18 milioni un volo gratis per qualsiasi ristorante Wendy’s gradisca. Del resto, il ragazzo ci sa fare: sul web ha un sito per vendere magliette con l’hashtag #nuggsforcarter.

E Facebook viene indagato per video hot

Da un social a un altro, per il caso nel Napoletano della suicida per video hot, il giudice ha chiesto di indagare su Facebook. Il gip di Napoli ha disposto un supplemento di indagine chiedendo alla procura di verificare eventuali responsabilità del legale rappresentante di Facebook Italia. La vittima aveva querelato un gruppo di ragazzi responsabili, a suo dire, della diffusione dei video sul web. Nel novembre scorso era stata la procura di Napoli a presentare istanza di archiviazione al gip per i cinque ragazzi cui la ragazza poi suicidatasi aveva inviato i suoi video hot; tra gli indagati c’era anche il padre di uno di loro cui era intestata l’utenza telefonica alla quale erano arrivate le immagini.

«Ho sostenuto la necessità di accertare eventuali responsabilità di Facebook, anche perché il calvario della vittima è iniziato proprio quando ha visto il suo nome sul social associato ai suoi video pubblicati su siti porno soprattutto americani. Se quei video fossero stati immessi solo su questi siti, senza alcun collegamento con una piattaforma così diffusa come Facebook – spiega il legale – probabilmente lei non ne avrebbe saputo nulla. E in ogni caso Facebook fu diffidato, ma non fece nulla».

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