Non se la passa affatto bene la più popolare delle piattaforme di social network e, al di là delle grane fiscali in Italia, la doppia accusa arriva adesso dalla Francia e della Germania. La prima ha bloccato la condivisione dei dati con WhatsApp. Più precisamente, andando in scia con le recenti decisioni assunte in Germania e nel Regno Unito, la Cnil (National data protection commission) ha inviato un avviso formale a Facebook con la richiesta di non trasferire sul sito blu le informazioni presenti su WhatsApp. Si ricorda che l’app di messaggistica è di proprietà della stessa società statunitense. La contestazione è di violazione della fondamentale libertà degli utenti. L’avviso ha validità immediata. E in Germania, l’Antitrust locale accusa Facebook di abuso di posizione.

Antitrust tedesco accusa Facebook di abuso di posizione

L’Antitrust tedesco accusa Facebook di aver abusato della sua posizione dominante sul mercato, con una sentenza che mette in discussione come il social network abbia violato le leggi sulla protezione dei dati personali attingendo a fonti terze. Presentando i risultati preliminari dell’indagine avviata 20 mesi fa, l’Ufficio antitrust federale ha concluso che Facebook ha abusato di una posizione dominante tra i social network opponendo il fatto che il social network ottenga l’accesso a dati di terze parti, attraverso WhatsApp e Instagram, nonché con il monitoraggio dei siti ai quali gli utenti accedono. Facebook ha risposto alle accuse sostenendo che la relazione «dipinge un’immagine non accurata di Facebook» ma assicurando collaborazione.

E in Italia?

Dalle nostre parti si ricorda come sia stata l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ad aver avviato una doppia istruttoria per presunte violazioni del Codice del consumo. L’Antitrust ha voluto vederci chiaro sulla cessione dei dati personali degli utenti della app di messaggistica istantanea a Facebook che ne è appunto proprietario. Il primo procedimento ha mirato ad accertare se la società statunitense abbia costretto gli utenti di WhatsApp Messenger ad accettare i nuovi termini contrattuali, in particolare la condivisione dei propri dati personali con Facebook, facendo loro credere, con un messaggio visibile all’apertura dell’applicazione, che sarebbe stato altrimenti impossibile proseguire nell’uso della stessa applicazione.

L’altro procedimento era diretto ad accertare la presunta vessatorietà di alcune clausole inserite nei termini di utilizzo del software. L’indice è stato puntato in particolare contro la facoltà di modifiche unilaterali del contratto da parte della società, il diritto di recesso stabilito unicamente per il professionista, le esclusioni e le limitazioni di responsabilità a suo favore, le interruzioni ingiustificate del servizio, la scelta del foro competente sulle controversie che, a oggi, è stabilito esclusivamente negli Stati Uniti. Le politiche per la privacy della app di messaggistica erano già finite nel mirino di Bruxelles.

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