La battaglia politica riguarda la proposta di direttiva europea sulla protezione dei diritti d’autore all’interno del Mercato unico digitale, presentata dalla Commissione a settembre 2016. Due gli articoli del progetto legislativo che più hanno fatto discutere: l’articolo 11 prevede la introduzione di un compenso da parte delle piattaforme web agli editori per l’utilizzo di link e snippet (anteprime) di ogni articolo. L’articolo 13 prevede che siano correttamente individuati come protetti da copyright i contenuti e le opere caricati dagli utenti su piattaforme web, come YouTube, tramite l’utilizzo di appositi filtri. Con il voto di ieri il Parlamento europeo ha rinviato alla sessione di settembre ogni decisione sulla posizione da tenere nei negoziati con il Consiglio (ossia con gli Stati membri) sul testo.

Appuntamento a settembre

La seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo ha dunque deciso di votare contro l’avvio dei negoziati fra Parlamento, Consiglio e Commissione sulla proposta di direttiva per la riforma del copyright. Il testo tornerà a essere esaminato e votato nella prossima sessione plenaria a settembre. Il testo che avrebbe dovuto dare il via libera all’inizio del negoziato, messo a punto dalla Commissione giuridica di Strasburgo, è stato bocciato dall’aula con 318 voti contrari, 278 favorevoli, 31 astenuti. Sulla vicenda pesa anche la questione denunciata dal gruppo dei Socialisti e democratici delle presunte minacce di morte ricevute da alcuni parlamentari. Intanto Wikipedia Italia, dopo la protesta dei giorni scorsi per la proposta europea, è tornata visibile.

Come cambierebbe il diritto d’autore

Si tratta di una serie di norme che ha l’obiettivo di armonizzare il quadro normativo comunitario del diritto d’autore nell’ambito delle tecnologie digitali e in modo particolare di Internet. Sono 24 articoli in totale, in cui il focus della questione è il tema del compenso di chi è titolare del copyright di opere intellettuali. I due articoli più discussi e criticati sono appunto l’11 e il 13, quelli su cui si gioca lo scontro più duro.

Il primo introdurrebbe una tassa sulla condivisione di articoli da parte di aggregatori di notizie e motori di ricerca. Il secondo prevede che le piattaforme siano direttamente responsabili per i contenuti pubblicati dagli utenti e si attrezzino con filtri per bloccare i contenuti coperti da copyright. In ballo c’è insomma il pagamento per l’uso dei contenuti di siti e giornali da parte di Google e Facebook e il futuro, considerato a rischio, dei piccoli editori.

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