Si fa presto a dire esultare dinanzi alla decisione della società gestrice del più popolare social network del mondo di dichiarare i ricavi nei Paesi in cui li realizza. Come esclama il Tesoro, la direzione è quella giusta, ma per gli utenti potrebbe significare un costo in più. Almeno per quelli che utilizzano Facebook per fare pubblicità di una pagina, di un evento, di un post o di qualunque altro contenuto. Pagare le tasse in Italia vuol dire per la multinazionale statunitense sobbarcarsi un carico fiscale maggiore. Ed è verosimile credere che una parte di questo aggravio possa essere scaricato sui fruitori della piattaforma a fini marketing e advertising con un ritocco verso l’altro dei prezzi per le inserzioni.

La decisione di Facebook

I ricavi pubblicitari realizzati dal social da due miliardi di iscritti nel mondo non saranno più contabilizzati dalla sede di Dublino, ma dalla società presente in quel Paese, a patto che siano frutto di accordi locali e non con la casa madre. È la conseguenza dell’annuncio del gruppo di Menlo Park, che ha deciso di passare a strutture di vendita locali – una trentina in tutto il mondo – ovvero uffici che forniscono supporto alle vendite agli inserzionisti del posto. La società non lo dice direttamente ma, di conseguenza, verranno pagate localmente le tasse relative a quei ricavi. Vince, così, il pressing dei governi che premono da tempo per una tassazione corretta dei giganti del web.

La rivoluzione riguarderà anche l’Italia, con ogni probabilità dalla metà del 2018: i ricavi prodotti qui saranno soggetti alla fiscalità italiana. Servirà prima una analisi approfondita delle leggi locali di ogni nazione interessata al cambiamento di passo. «Ogni Paese è unico e vogliamo essere sicuri di realizzare questo cambiamento in modo corretto», ha spiegato Dave Wehner, chief financial officer di Facebook, aggiungendo che «si tratta di un grande impegno, che richiederà risorse significative per poter essere attuato in tutto il mondo. Introdurremo, il più rapidamente possibile, nuovi sistemi e modalità di fatturazione per garantire una transizione agevole alla nostra nuova struttura».

Il costo dell’evasione

Secondo uno studio di R&S Mediobanca tra il 2012 e il 2016, i giganti del software e del web avrebbero eluso 46 miliardi di euro di tasse, 69 se si aggiunge Apple, che genera la maggior parte del fatturato nell’hardware. Trucchi possibili grazie a giri di fatturazioni tra le sedi nazionali e la casa madre, solitamente con sede in Paesi a fiscalità agevolata. Nel 2016 Facebook ha versato in Italia 267mila euro di tasse. «Si va nella direzione giusta: assicurare che i redditi siano dichiarati e tassati dove vengono prodotti», commenta il ministero del Tesoro.

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