Dal 4004, il microprocessore che ha cambiato la storia, alle domande sulla coscienza artificiale: Federico Faggin riflette su ciò che distingue l’uomo dall’algoritmo, sul ruolo dell’etica e sul compito umano di fronte alle macchine.

Il 17 ottobre 2026, durante un’intervista a Bolzano, Federico Faggin ha definito l’intelligenza artificiale una macchina che «non capisce quello che dice». Per il fisico e inventore vicentino, un sistema può elaborare informazioni e formulare risposte convincenti senza avere un’interiorità o una coscienza paragonabili a quelle umane.

Questa distinzione attraversa il suo pensiero sull’IA. Le prestazioni degli algoritmi possono essere straordinarie, ma la responsabilità morale resta legata alle persone. Faggin riconosce che l’intelligenza artificiale è utile per compiti adatti alle sue capacità; l’etica, invece, non si lascia ridurre a una regola automatizzabile.

Il 4004 e la storia del microprocessore

Il percorso professionale di Faggin dà ulteriore peso alle sue riflessioni. Entrò in Intel nel 1970 e guidò la progettazione del 4004, presentato nel 1971 e considerato il primo microprocessore commerciale. Il progetto nacque dalla collaborazione fra Intel e l’azienda giapponese Busicom. Vi lavorarono, insieme a Faggin, gli ingegneri Ted Hoff e Stan Mazor e Masatoshi Shima, di Busicom.

Il chip riuniva in un componente programmabile funzioni che fino ad allora richiedevano più circuiti separati. Faggin ebbe la responsabilità della progettazione e un ruolo di primo piano nel lavoro di squadra. La sua esperienza con i semiconduttori, soprattutto con la tecnologia silicon gate, fu determinante per realizzare la soluzione.

La distanza fra quel lavoro e l’intelligenza artificiale di oggi porta a una domanda: che cosa separa una macchina molto potente da un essere cosciente? Per Faggin, il calcolo segue procedure formalizzate, mentre la soggettività umana non si esaurisce nell’esecuzione di un algoritmo. La domanda acquista particolare rilievo proprio alla luce di una carriera dedicata alla costruzione di dispositivi computazionali.

Perché l’uomo non è un algoritmo

Nel corso dell’intervista, Faggin descrive l’algoritmo come una struttura matematica deterministica. Stabilite le regole e le condizioni, il procedimento evolve in modo calcolabile. L’essere umano, nella sua prospettiva, ha invece caratteristiche che non si lasciano ricondurre a quel modello: l’imprevedibilità e l’esperienza interiore, insieme a una dimensione che il comportamento osservabile non riesce a spiegare.

Per rendere l’idea, Faggin parla dell’uomo come di una realtà composta da «materia, mente e spirito». È una posizione filosofica. La distinzione aiuta a seguire il suo ragionamento: un sistema può riconoscere schemi, calcolare probabilità e generare testi, mentre la presenza di un’esperienza soggettiva è una questione diversa.

La scioltezza del linguaggio artificiale porta facilmente a leggere la simulazione come comprensione. Il programma produce una risposta sulla base di dati e procedure; chi la riceve tende a interpretarla come il segnale di un interlocutore consapevole. Faggin invita a guardare oltre l’apparenza del comportamento. Sembrare consapevoli non prova che lo si sia.

Una macchina senza etica?

Quando parla di «una macchina senza etica», Faggin non sostiene che tutte le applicazioni dell’intelligenza artificiale siano dannose. Il suo punto riguarda la responsabilità morale: un algoritmo può applicare vincoli e seguire istruzioni, oppure essere progettato per ridurre alcuni rischi. Spetta però a persone e organizzazioni decidere se adottarlo, quali obiettivi assegnargli e come rispondere delle conseguenze.

Faggin riconosce l’utilità dell’IA nei problemi ben definiti, per esempio quelli matematici, che può affrontare con velocità ed efficacia. Il problema si presenta quando il risultato viene interpretato come comprensione, giudizio o intenzione. Un sistema può dare una risposta sbagliata con sicurezza, oppure generare contenuti persuasivi senza comprenderne il significato come farebbe una persona.

La capacità tecnica, nel suo ragionamento, non coincide con il criterio morale. Un modello può essere regolato perché rispetti determinate norme; restano da stabilire quali obiettivi siano giusti, quali compromessi accettare e chi debba rispondere degli effetti. La formula «l’etica non è un algoritmo» riassume l’obiezione di Faggin: la responsabilità non può essere affidata per intero al sistema che esegue un compito.

La coscienza delle macchine resta una domanda

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale si sovrappongono spesso due questioni. La prima riguarda le capacità operative di una macchina: elaborare grandi quantità di informazioni, individuare regolarità e generare contenuti. La seconda riguarda ciò che eventualmente prova o comprende. Le prestazioni della prima si misurano attraverso comportamenti osservabili; la seconda chiama in causa la coscienza.

Per Faggin, l’esperienza interiore rappresenta una differenza di natura, non un dettaglio da aggiungere a una macchina più potente. L’uomo, sostiene, supera il modello di una macchina deterministica. La sua tesi mette così in discussione l’uso indistinto di parole come intelligenza, calcolo e consapevolezza, che descrivono fenomeni differenti.

Anche le parole scelte per descrivere l’IA contano. Dire che un programma «capisce» può essere una scorciatoia nel dialogo quotidiano, ma finisce per attribuirgli qualità umane. È più preciso raccontare le operazioni che compie: riceve dati, applica procedure apprese o programmate e restituisce un risultato. Così si descrivono le sue capacità e si chiarisce a chi spetta assumersi le responsabilità.

Il compito umano oltre l’algoritmo

Il messaggio di Faggin non invita a rinunciare alla tecnologia. Chiede piuttosto di non confondere efficienza e saggezza. Quando l’IA svolge bene un compito, può liberare tempo e ampliare le possibilità operative. Scegliere il problema, verificare le risposte e valutarne gli effetti richiede attenzione umana, in particolare quando sono coinvolti persone, diritti o decisioni difficili da correggere.

La domanda accompagna Faggin dai primi microprocessori: costruire una macchina capace di elaborare informazioni non significa ricreare l’essere umano. Il 4004 rese più accessibile il calcolo programmabile; l’intelligenza artificiale porta quel percorso a un nuovo livello. Per Faggin, resta agli esseri umani decidere come usare le macchine e rispondere delle scelte compiute.

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