Nomi, documenti, ordinanze di servizio delle questure, dati personali, buste paga, numeri di telefono di esponenti delle forze armate, forze dell’ordine e istituzioni sono stati sottratti ai siti istituzionali da Anonymous e diffusi online sul blog degli hacktivisti. Tra i documenti mostrati sul web anche mail riservate relative ai sopralluoghi di sicurezza in vista della visita del premier Paolo Gentiloni a Bologna, in programma oggi. «Siamo in possesso – comunicano sul web – di una lista di dati personali relativi al Ministero dell’Interno, al Ministero della Difesa, alla Marina Militare nonché di Palazzo Chigi e Parlamento Europeo».

Fake news arma politica: Italia tra le vittime

Durante le presidenziali Usa, i post sponsorizzati dalla Russia su Facebook sono stati visti da 126 milioni di persone. C’è chi ha fatto nuovi conti: nell’ultimo anno, i governi di 30 nazioni hanno utilizzato armi digitali per fare propaganda sui social, silenziare il dissenso, orientare l’opinione pubblica. L’accusa arriva dalla Ong Freedom House, think tank americano che evidenzia una crescita rispetto alle 23 nazioni coinvolte nel 2016. Il report segnala presenza di fake news a influenzare opinione pubblica ed elettori in Italia, Francia, Germania e Regno Unito. «L’uso di commentatori assoldati e bot politici per diffondere la propaganda governativa, ha avuto la Cina e la Russia come pionieri, ma ora è diventato globale», spiega il presidente di Freedom House, Michael J. Abramowitz.

Anche Turchia, Venezuela, Filippine e Messico si distinguono in queste operazioni. A proposito. Ricordate la foto della donna musulmana che parla al telefono mentre cammina accanto alle vittime dell’attentato sul ponte di Westminster, a Londra, a marzo? Malgrado le insistenze di chi scattò la foto («Era sconvolta»), ha avuto successo un’altra tesi e l’immagine è diventato simbolo dell’indifferenza degli islamici verso il terrorismo. Il tutto per via, si scopre ora, di un troll russo, uno dei 2.700 account falsi creati dal Cremlino per diffondere fake news e influenzare la politica britannica e americana. E intanto Donald Jr, figlio di Trump, ha ammesso contatti con Wikileaks, la rete fondata da Julian Assange, durante la campagna elettorale negli States.

Tasse, dai giganti del web elusione da 69 miliardi

I giganti del web hanno eluso 69 miliardi di euro di tasse tra il 2012 e il 2016. Lo stimano dall’ufficio Ricerche&Studi di Mediobanca, che rivela che quasi due terzi dell’utile ante imposte delle società del software e del web è tassato nei paradisi fiscali. Il beneficio fiscale è stato di 46 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 23 miliardi solo di Apple. Nel solo 2016, con questo meccanismo le 21 WebSoft considerate hanno risparmiato oltre 11 miliardi di euro di imposte, in netto aumento rispetto ai 7 miliardi del 2012. Per i colossi online degli Stati Uniti, l’aliquota media risulta del 19,5%, quando quella americana è al 35%.

Di conseguenza, sottolinea l’analisi, fuori dai confini nazionali, e in particolare in Unione europea, pagano molte meno tasse, con un’aliquota media di circa il 10%. Ma ci sono società che riescono a strappare fuori dagli Stati Uniti un tax rate ben al di sotto della media. Facebook, ad esempio, all’1%, seguita da Alphabet (Google) con il 4%, e PayPal Holdings con il 6%.

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