Siamo nell’epoca dello smart working e la grande domande che tutti si pongono è se l’attuale assetto sarà conservata al termine di questo lungo periodo di emergenza. Nostalgia dell’ufficio e delle relazioni tra colleghi da un lato e risparmi sulle spese di trasporto dall’altro, ma anche problemi psico-fisici per le scomode postazioni domestiche, uniti alla possibilità di conciliare meglio la cura familiare con le mansioni assegnate.

Questo è il ritratto dello smart worker, dell’indagine effettuata dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro su un campione rappresentativo di occupati che la pandemia ha indotto a praticare l’attività da remoto. Si tratta di uno studio che aiuta a comprendere in che modo i lavoratori italiani hanno concepito e lavorato in smart working.

Nuova ricerca italiana sullo smart working 2021

Stando a quanto si legge nello studio sullo smart working della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, oggi circa 7,3 milioni di addetti ovvero il 31,7% del totale svolgono incarichi dall’abitazione. Ancora più precisamente, il 14,8% lo fa in forma esclusiva, non andando mai in sede, il 16,8% in modalità ibrida, alternando giorni, o settimane, in presenza e a distanza, ricordano i professionisti.

La ricerca è andata ancora più in profondità rilevando che il 71,1% degli interpellati, diminuite le uscite, vitto e vestiario, ha investito il denaro in consumi legati al tempo libero (nel 54,7% dei casi), ma il 48,3% paga il conto per sedie e scrivanie improvvisate e il 39,6% lamenta l’inadeguatezza di spazi e infrastrutture, in particolare quelle digitali.

Altro aspetto interessante che è stato approfondito nella ricerca riguarda la posizione dgli smart worker nel contesto aziendale. Protagonisti del lavoro agile i segmenti più qualificati dell’occupazione, con il 52,2% tra i laureati, che scende al 13,5% tra chi ha un titolo di studio inferiore al diploma, e il 54,6% tra chi opera in aziende, o organizzazioni terziarie, di servizio alle imprese, credito e assicurazioni, per scendere al 37,8% nella pubblica amministrazione, al 27,9% nell’industria e al 21,2% nel commercio e distribuzione.

Di certo c’è che, seppur con evidenti differenze, lo smart working ha coinvolto sia il comparto pubblico sia quello privato, ricordando che non tutte le realtà aziendale hanno strutturalmente avuto la possibilità di utilizzare questo strumento.

Uomini e donne – viene fatto notare nello studio sullo smart working della Fondazione studi dei consulenti del lavoro – hanno reagito in modo differente: in termini relazionali e di carriera, la componente maschile pare averne patito di più (il 52,4% contro il 45,7% delle donne), guadagnando, tuttavia, in produttività e concentrazione. Il 16,7% di intervistati che vede lo smart working come «un punto di non ritorno della propria vita professionale.

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