C’è un sottile filo rosso che lega le vicende di Amazon e Uber. Da una parte c’è il colosso mondiale dell’ecommerce che, stando ai rappresentanti dei lavoratori italiani che ne movimentano la macchina organizzativa, giocherebbe con regole tutte sue. Dall’altra c’è il servizio di trasporto che ha rivoluzionato il settore delle prenotazioni di auto e rispetto a cui i giudici europei confermano che la app è soggetta alla disciplina di settore, che però oggi riguarda solo taxi e Ncc. Entrambe le società fanno dell’innovazione e della snellezza delle strutture i loro punti di forza e tutti e due si trovano alle prese con l’adeguamento alle norme nazionali. Conquista o passo indietro?

Dopo lo sciopero del Black Friday quello di due ore a fine turno, sotto Natale. È ancora scontro al magazzino Amazon a Castel San Giovanni (Piacenza) dopo che il colosso dell’ecommerce non si è presentato all’incontro, già rimandato due volte, in Prefettura a Piacenza. Cgil, Cisl, Uil e Ugl hanno risposto proclamando lo sciopero immediato. Tensione anche quando i sindacalisti hanno denunciato il tentativo dell’azienda di non farli entrare per le assemblee con i lavoratori, già programmate. Motivo per cui è stato chiesto aiuto alle forze dell’ordine. È stato necessario l’intervento del questore e dei carabinieri per incontrare i lavoratori, ricostruiscono la vicenda i sindacalisti.

Troppa pressione, hanno fatto sapere al prefetto i dirigenti Amazon, forse anche per l’annunciata presenza di un presidio di lavoratori davanti alla Prefettura, che però è stato annullato. In seguito l’azienda si è dimostrata disponibile a incontrare il prefetto in separata sede.

Uber, lacune da colmare

Uber è un servizio di trasporto, e come tale va regolamentato dallo Stato. La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dà ragione ai tassisti che ritengono la app un servizio taxi e non digitale. Per la società statunitense la sentenza non cambia nulla ai servizi offerti perché si sono già dovuti adeguare alle legislazioni sui trasporti nei Paesi in cui opera. Soddisfatti sindacati e associazioni dei taxisti, che invitano a tutelare i conducenti. Il ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea nasce da Barcellona, dove tre anni fa i tassisti avevano chiesto ai giudici spagnoli di bloccare Uber. La causa è approdata a Lussemburgo nel 2015, mentre Uber aveva presentato due ricorsi alla Commissione europea contro le misure restrittive in Francia e Germania nei confronti dei quali Bruxelles non ha mai aperto infrazioni.

Le norme in materia di trasporto sono competenza nazionale, ha sostenuto la Commissione in attesa della Corte. Con la sentenza la Corte di giustizia dell’Unione europea ritiene che quello di Uber non è solo servizio d’intermediazione, in quanto crea al contempo un’offerta di servizi di trasporto urbano di cui fissa le condizioni della prestazione. Di conseguenza deve essere considerato legato a un servizio di trasporto e non rientrante né nella direttiva servizi né in quella sul commercio elettronico.

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