Stop al cyberbullismo, ovvero alle aggressioni sul web, specialmente quando le vittime sono i minori. La Camera ha definitivamente approvato, con un voto all’unanimità, la legge sul cyberbullismo, i cui cardini sono una stretta sulla Rete e il coinvolgimento delle scuole nel contrasto di quelle molestie online che in troppi casi hanno portato chi ne è stato vittima a togliersi la vita. La nuova legge definisce come bullismo telematico ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori.

Ma è cyberbullismo anche la diffusione di contenuti online per isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo. D’ora in poi le vittime di almeno 14 anni di età, o il genitore, potranno chiedere al gestore del sito o del social di oscurare, rimuovere o bloccare i contenuti diffusi in Rete. Se non si provvede entro 48 ore, l’interessato può ricorrere al Garante della privacy. Un compito speciale avrà la scuola: in ogni istituto tra i professori sarà individuato un referente per le iniziative contro il cyberbullismo e il preside dovrà informare le famiglie dei minori coinvolti. In caso di ingiuria, diffamazione, minaccia, il soggetto potrà essere ammonito dal questore.

«Questa legge è un primo passo», così il presidente della Camera, Laura Boldrini. Il teso è dedicato a Carolina Picchio, la ragazza di Novara suicidatasi a 14 anni nel gennaio 2013, considerata la prima vittima della violenza online. Aveva subito una violenza sessuale da parte del branco che poi postò il video sui social. La ragazza divenne oggetto di insulti e scherno sul web. E decise di farla finita. In tribuna, a seguire le votazioni con la senatrice del Partito democratico, Elena Ferrara, autrice della legge a Palazzo Madama, c’era anche il papà di Carolina, Paolo Picchio. Ha spiegato che il via libera non rende giustizia a sua figlia «ma dà vita ai motivi che l’hanno spinta a fare quello che ha fatto. E cioè che le parole fan più male delle botte».

Secondo un’indagine di Save The Children, un ragazzo su dieci, tra quelli intervistati, ha ammesso di aver subito atti di bullismo, mentre il 21% ha affermato di conoscere qualcuno che ne è stato vittima. Il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ha assicurato l’impegno del ministero: «Finalmente abbiamo imboccato la strada giusta».

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