L’accusa della Commissione europea: obbliga i produttori di telefonini che installano il sistema Android a scaricare anche i suoi programmi. Il colosso di Mountain View: da noi nessuna imposizione. Ma per ora resta la multa da 4,3 miliardi di euro. La Commissione contesta a Google di aver imposto ai produttori di telefoni con il sistema operativo Android di preinstallare un pacchetto di applicazioni imponendole di fatto come esclusive. Chi compra uno smartphone equipaggiato con Android trova come motore di ricerca Google Search e come browser Chrome. Per aggiornare le app o scaricarne di nuove deve usare Play Store. Possibile che la prossima versione di Android venga ripulita dalle app di sistema direttamente legate a Google e abbia solo programmi proposti dai produttori.

Violata la concorrenza sugli smartphone

Google ci ha sempre visto lungo: non solo ha capito già agli albori di Internet che le ricerche sarebbero diventate cruciali per acquisire potere sugli utenti, ma a metà anni 2000 ha realizzato per prima che l’attenzione si stava spostando dai pc fissi ai telefoni mobile, e quindi ha messo a punto una strategia, che passava per l’acquisizione di Android, per affermare il suo dominio anche lì. Ma il piano le è costato caro: 4,3 miliardi di euro per un nuovo abuso di posizione dominante, dopo quello già sanzionato l’anno scorso, sempre dall’antitrust europeo, con una multa già record allora da 2,3 miliardi. La società protesta, annuncia l’appello e minaccia di far pagare Android.

Ma intanto entro tre mesi dovrà comunque versare all’Unione europea il dovuto e soprattutto mettere fine alla condotta illegale, altrimenti scatteranno le salatissime penali giornaliere: il 5% del suo fatturato quotidiano per ogni giorno di ritardo nel mettersi in regola. Bruxelles non è contro le posizioni dominanti, ma vigila sugli abusi, perché riducono la concorrenza, cruciale nella tecnologia perché favorisce l’innovazione. Per questo contesta a Google tre condotte illegali in base alle regole. La prima: ha chiesto ai produttori di device Android di pre-installare l’app di Google Search e il browser Chrome come condizione per fornire la licenza dell’app store di Google, cioè Play Store.

I produttori, ha detto la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, sono stati costretti ad accettare perché il Play Store è un must-have sugli apparecchi Android. Seconda accusa: ha pagato alcuni grandi produttori e operatori di rete a condizione che pre-installassero esclusivamente Google Search, e non altri motori di ricerca. Terzo punto: ha impedito ai produttori di usare versioni alternative di Android (che essendo open source, può essere modificato e usato da chiunque), pena perdere la licenza. Il colosso di Mountain View si dice invece convinto che il sistema operativo abbia creato “più scelta per tutti, non meno”.

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