Le figure più cercate sul mercato del lavoro sono nel mercato dell’Ict (Information and communication technology). Anche se rappresentano solo il 2,5% degli occupati e uno su tre non è laureato. E anche se, indice Desi alla mano, quello che rileva la digitalizzazione dei vari Paesi, l’Italia occupa il 25esimo posto (su 27). Si tratta di numeri contrastanti considerando che il 22% delle ricerche di personale delle aziende resta inevasa e che nei prossimi tre anni sono previsti 500mila nuovi posti di lavoro nel settore ICT nel complesso dell’Europa. E che ci sia qualcosa che non va è dimostrato dal confronto tra le 40.000 imprese che in Italia si dedicano all’ecommerce ovvero che vendono online contro le 200mila in Grancia.

E ancora: il fatturato del commercio elettronico incide per il 9% sui ricavi contro il 17% della media dei Paesi dell’Unione europea. Eppure se nell’indice di digitalizzazione siamo terzultimi come fa notare Marco Gay, presidente dei Giovani di Confindustria, «siamo però anche al secondo posto per la produzione manifatturiera. Potrà esistere una manifattura senza digitale? No. Anche l’impresa più tradizionale non potrà competere senza Ict, ecommerce e cloud». Soprattutto tra le piccole e medie imprese che sono il 90% delle aziende italiane, e valgono il 67% del Prodotto interno lordo nazionale.

Più in generale, il lavoro per i giovani italiani resta un miraggio anche se si ha in tasca una laurea: nel 2016, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Eurostat, risultava occupato entro tre anni dalla laurea solo il 57,7% dei dottori, un dato in netto miglioramento rispetto al 49,6% del 2014 e il 53,5% del 2015 ma ancora molto lontano dalla media europea che per coloro che hanno terminato l’educazione terziaria sfiora l’80,7%. L’Italia è penultima nella graduatoria per le percentuali di giovani occupati entro tre anni dalla laurea con un dato migliore solo della Grecia, mentre Malta guida la classifica (96%) seguita dalla Germania con il 92,6%.

Se invece si guarda all’occupazione dei laureati tra il periodo che intercorre da uno a tre anni dalla laurea (escluso quindi il primo periodo che segue la tesi) la percentuale sale dal 57,5% del 2015 al 61,3% nel 2016. Analizzando i dati su coloro che invece hanno ottenuto solo il diploma la situazione appare ancora più difficile, anche se in miglioramento rispetto al picco negativo del 2014. Entro tre anni dal diploma di scuola superiore in Italia nel 2016 lavorava il 40,4% dei giovani a fronte del 35,9% del 2015 e del 32,2% del 2014 ma la distanza con la media europea resta abissale.

Il dato è ancora peggiore se l’educazione superiore è solo generale (26,2% al lavoro in Italia entro tre anni), mentre quella tecnica è al 43,5%. Per i diplomati gli anni di crisi in Italia hanno rappresentato un crollo con oltre 15 punti persi (la percentuale nel 2007 era al 55,9%) a fronte di appena 3,6 punti di calo di media nell’Unione europea a 28. Peggio dell’Italia sui diplomati fa solo la Grecia, 28% occupati a tre anni dal titolo.

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