Per anni Facebook avrebbe concesso ad alcune ad alcune aziende tecnologiche del mondo un accesso ai dati degli utenti del social molto più invasivo di quanto mai ammesso. Lo ha denunciato il New York Times. Tra le 150 aziende esentate dalle regole ci sarebbero pure: Microsoft, Spotify, Netflix, Amazon. E per lo scandalo Cambridge Analytica il procuratore di Washington ha aperto una causa contro il social.

Lo scandalo della Cambridge Analytica era comunque servito a qualcosa. Facebook aveva infatti annunciato di aver sospeso 200 applicazioni sulla piattaforma, nel corso di una indagine per accertare se queste abbiano davvero raccolto dati degli iscritti in maniera impropria. A detta del vicepresidente di Facebook, Ime Archibong, c’è molto lavoro da fare per trovare tutte le app che possono aver abusato dei dati degli iscritti a Facebook, e questo richiederà tempo. Assicura comunque i suoi iscritti del massimo impegno ovvero che team numerosi di esperti interni ed esterni stanno lavorando duramente per investigare su queste app il più velocemente possibile.

Il processo di analisi si articola in due passaggi. In prima battuta sono raccolte tutte le app in ordine alfabetico che hanno accesso a più dati del dovuto, sia per le concessioni richieste agli utenti sia per le richieste di dati fuorvianti per l’obiettivo dell’applicazione. Quindi si passa all’audit ovvero il range e la quantità delle informazioni raccolte dalle app.

E c’è anche la multa italiana

L’Antitrust italiana si era mossa in anticipo rispetto ad altre Authority europee su uno dei temi caldi della digitalizzazione: quello dell’utilizzo dei dati degli utenti a scopo commerciale. La decisione rischia infatti di provocare una serie di reazioni a catena anche in altri Paesi. Dopo le sanzioni comminate ad Apple e Samsung in ottobre per gli aggiornamenti ai software che riducono le prestazioni dei telefoni, riferibile alla cosiddetta obsolescenza programmata, l’Autorità garante della concorrenza ha colpito Facebook, imponendo alla società madre e alla sua sussidiaria irlandese 10 milioni di euro complessivi di multa per aver indotto “ingannevolmente” gli utenti a registrarsi alla piattaforma social.

Ma soprattutto, si legge nel testo, “non informandoli adeguatamente e immediatamente, in fase di attivazione dell’account, dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti, e, più in generale, delle finalità remunerative che sottendono la fornitura del servizio”. I consumatori, sostiene l’Antitrust, hanno assunto decisioni di natura commerciale, ossia registrarsi e usare il social network, che altrimenti potrebbero non aver preso, dal momento che le informazioni fornite risulterebbero generiche e incomplete, inadatte a distinguere in modo adeguato la differenza tra l’utilizzo dei dati necessario a facilitare le relazioni tra gli iscritti e quello impiegato nella realizzazione di campagne pubblicitarie mirate.

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