Il modello di SPID gratuito che ha accompagnato milioni di cittadini italiani negli ultimi anni sta lasciando spazio a una nuova stagione segnata dall’arrivo dei canoni annuali, con effetti che vanno ben oltre la semplice questione economica. La decisione di InfoCert di introdurre un costo fisso di 5,98 euro l’anno, successiva a mosse simili da parte di Aruba e di Register.it, rappresenta un cambio di paradigma che rischia di alterare l’equilibrio tra il diritto all’accesso digitale e la sostenibilità industriale dei provider. Al tempo stesso, il Governo ha sbloccato un pacchetto da 40 milioni di euro di contributi pubblici, finanziamento atteso per anni e concepito come un meccanismo di compensazione, ma che per struttura e criteri di ripartizione finisce per premiare i grandi gestori e mettere in difficoltà i più piccoli.
Il nodo dei costi e il significato del nuovo modello a pagamento
L’idea di uno SPID gratuito nasceva in un contesto in cui i costi operativi dei provider erano compensati dai trasferimenti pubblici e da economie di scala ancora in crescita. Negli anni, però, la gestione delle identità digitali si è fatta più onerosa: mantenere sistemi di sicurezza aggiornati, rispettare gli standard europei eIDAS, gestire picchi di accesso e garantire livelli di servizio alle pubbliche amministrazioni significa investire continuamente in tecnologia, personale e compliance. In assenza di fondi regolari e proporzionati, la gratuità si è trasformata in un servizio offerto in perdita, insostenibile per chi non poteva contare su volumi elevati o su altri business collaterali.
L’adozione di un canone annuo segna quindi l’ingresso in un mercato “misto”, dove alcuni provider fanno pagare l’identità e altri continuano a offrirla senza costi, almeno per ora. Aruba ha fissato il prezzo a 4,90 euro + IVA, InfoCert a 5,98 euro IVA inclusa, mentre Register.it si colloca attorno ai 9,90 euro. Questo mosaico di tariffe crea un effetto di asimmetria: gli utenti devono scegliere tra accettare il nuovo costo, migrare verso un gestore ancora gratuito o puntare su CIE, che nel frattempo cresce come alternativa ufficiale. È una dinamica che genera incertezza, ma che testimonia l’assenza di una regia comune nella gestione economica dell’identità digitale.
Per un cittadino singolo, un costo annuale di pochi euro può sembrare trascurabile, ma in una famiglia con più identità o per professionisti che ne fanno uso quotidiano l’impatto diventa un onere ricorrente. Più delicata è la questione sociale: introdurre tariffe senza meccanismi di tutela rischia di creare nuove barriere digitali, soprattutto per anziani, studenti o famiglie con redditi medio-bassi. È qui che il tema dell’accesso digitale si intreccia con quello del diritto universale ai servizi pubblici, mettendo in discussione uno dei pilastri della digitalizzazione italiana degli ultimi anni.
I contributi pubblici e il rischio di concentrazione del mercato
Il Governo ha cercato di smorzare le tensioni introducendo, nel marzo 2025, un finanziamento da 40 milioni di euro destinato a sostenere l’ecosistema SPID. Il decreto specifica che i fondi vengono distribuiti in base a cinque parametri: il numero di identità gestite, il volume degli accessi ai servizi della PA, le verifiche effettuate tramite ANPR, l’aumento delle nuove identità e il raggiungimento degli obiettivi fissati dalle convenzioni. In teoria, un meccanismo meritocratico; in pratica, un sistema che tende a favorire chi ha già dimensioni maggiori, riducendo lo spazio vitale per gli operatori di nicchia o per i provider che hanno scelto strategie diverse di mercato.
Il paradosso è evidente: i fondi pubblici arrivano proprio nel momento in cui alcuni provider più piccoli hanno già introdotto tariffe, perché non riuscivano più a sostenere i costi della gratuità. Poiché i contributi sono proporzionali ai volumi, gli IdP con meno utenti ricevono importi modesti, insufficienti a compensare gli investimenti in sicurezza e infrastrutture. Il rischio è una progressiva concentrazione del mercato, con pochi grandi attori che dominano la scena e una riduzione della concorrenza sui servizi aggiuntivi o sui prezzi, a scapito dell’innovazione e della scelta per i cittadini.
Non sorprende che in Parlamento siano già emerse proposte per garantire la gratuità dello SPID a determinate categorie, in particolare per i cittadini con ISEE sotto i 30.000 euro. L’idea è quella di introdurre un paracadute sociale che assicuri la continuità dell’accesso ai servizi pubblici senza costi aggiuntivi per le fasce più fragili, almeno fino a quando la CIE non avrà raggiunto la stessa diffusione e facilità d’uso dello SPID. È un tema importante, perché rischia di diventare un terreno di scontro politico tra chi invoca la sostenibilità industriale e chi difende la gratuità come diritto fondamentale.
Con oltre 40 milioni di identità SPID emesse e più di un miliardo di accessi annuali, l’identità digitale resta lo strumento principale per entrare nei servizi online della pubblica amministrazione. Eppure, il quadro futuro immaginato dal Governo è diverso: la CIE è destinata a diventare la credenziale primaria, affiancata dal nascente IT Wallet europeo, che dovrebbe armonizzare le identità digitali nei Paesi UE. In questa fase di transizione, lo SPID non può essere “spento” improvvisamente, ma deve continuare a garantire accesso diffuso, con il rischio che i costi a carico degli utenti ne frenino la capillarità proprio quando servirebbe ancora come strumento ponte.
Il comportamento di Poste Italiane sarà decisivo. Finora Poste ha potuto mantenere la gratuità grazie ai contributi pubblici, posizionandosi come leader del mercato e accumulando il maggior numero di identità rilasciate. Ma se dovesse decidere di introdurre un canone, la gratuità rischierebbe di diventare un’eccezione residuale e il mercato convergerebbe rapidamente verso il modello a pagamento. Questo scenario, già evocato da indiscrezioni e ipotesi di settore, segnerebbe la definitiva normalizzazione della tariffa SPID.
Il vero problema, però, è la mancanza di una regia unica che accompagni i cittadini nella transizione. Senza una cornice politica chiara, il rischio è di scaricare il peso sui singoli utenti, con conseguenze negative in termini di fiducia nella digitalizzazione. Servono regole trasparenti sulla durata della fase transitoria, sul destino dei provider più piccoli e sul rapporto con la CIE e l’IT Wallet, strumenti che devono diventare non alternative confuse, ma parti di un ecosistema coerente e complementare.










