A Ponte dell’Olio, Federico Faggin ripercorre il cammino da Vicenza al microprocessore Intel 4004 e a Synaptics, per poi affrontare il nodo dell’intelligenza artificiale: che cosa separa il calcolo dalla coscienza?

Al Palazzetto dello Sport di Ponte dell’Olio, Federico Faggin ha detto che «l’intelligenza artificiale non è coscienza», davanti al pubblico dell’incontro “Oltre l’invisibile”, che ha chiuso il Val Nure e Chero Festival. Il fisico e inventore, tra i protagonisti della nascita del microprocessore commerciale, ha distinto l’elaborazione delle informazioni dall’esperienza soggettiva. Sono due piani diversi, al centro del dibattito sulla tecnologia.

Faggin riconosce alle macchine la capacità di risolvere rapidamente problemi ben definiti. La sua riflessione riguarda il rapporto fra le prestazioni dei sistemi automatici e la coscienza, tema a cui si dedica da decenni. A parlarne è una persona che ha contribuito a costruire alcuni dei componenti e dei dispositivi alla base della rivoluzione digitale.

Da Vicenza al microprocessore Intel 4004

Nato a Vicenza nel 1941, Faggin si trasferì negli Stati Uniti nel 1968. Entrò alla Intel, azienda di semiconduttori che sviluppò il primo microprocessore commerciale; nel 1971 fu a capo del progetto dell’Intel 4004. Il circuito integrato riuniva su un singolo chip le funzioni di elaborazione di un computer. Portare il calcolo programmabile in uno spazio così ridotto rese possibile incorporarlo in dispositivi più compatti e contribuì a impostare una direzione decisiva per l’elettronica moderna.

Il suo lavoro si lega anche alla tecnologia MOS a porta di silicio, sviluppata per fabbricare circuiti integrati più efficienti e affidabili. La tecnica trovò applicazione nella produzione di microprocessori, memorie e sensori: componenti elettronici potevano così essere concentrati su una superficie ridotta. Il cambiamento si coglie pensando al passaggio da un calcolatore formato da molti elementi separati a un chip programmabile, capace di coordinare al proprio interno le operazioni.

Faggin lavorò anche ad altri processori Intel, fra cui 8008, 4040 e 8080. Nel 1974 fondò Zilog, la società che portò alla realizzazione del microprocessore Z80, poi diffusosi a lungo nell’elettronica. Alla ricerca e alla progettazione si affiancò così l’esperienza d’impresa: realizzare una tecnologia significa anche occuparsi della sua produzione e delle scelte che la rendono utilizzabile.

Synaptics e l’informatica a portata di mano

Nel 1986 Faggin cofondò Synaptics, azienda che sviluppò i primi touchpad e touchscreen. Dallo sviluppo dei microprocessori passò anche alle interfacce tattili, quelle attraverso cui una persona impartisce comandi a un dispositivo e ne riceve risposte. Il gesto di scorrere un dito su una superficie sensibile mette in relazione circuiti e software con l’intenzione di chi usa la macchina.

La carriera di Faggin è stata accompagnata da riconoscimenti per il suo contributo all’informatica. Negli ultimi decenni, la sua attenzione si è rivolta sempre più alla ricerca sulla coscienza. Nel 2011 fondò con la moglie Elvia la Federico and Elvia Faggin Foundation, organizzazione che sostiene studi teorici e sperimentali sul tema. La fondazione si occupa di una domanda distinta da quelle consuete dell’ingegneria: che cosa significa essere consapevoli di un’esperienza.

Che cosa distingue l’IA dalla coscienza

A Ponte dell’Olio il confronto ha ripercorso anche la svolta personale che Faggin colloca nelle vacanze di Natale del 1990. Nel raccontare quell’esperienza, ha parlato di un cambiamento nel proprio modo di percepire la realtà e dell’inizio di una riflessione duratura sul rapporto fra mente e materia. Da allora sostiene una visione in cui coscienza e libero arbitrio sono aspetti primari della realtà e non semplici prodotti del cervello.

La distinzione proposta da Faggin riguarda capacità che, nel discorso sull’intelligenza artificiale, vengono spesso accostate. Un sistema può classificare immagini, tradurre testi, generare risposte e calcolare soluzioni sulla base di regole e modelli appresi dai dati. Può anche formulare frasi che sembrano esprimere intenzioni. Per l’inventore, la coscienza riguarda invece l’esperienza soggettiva: il modo in cui un soggetto vive ciò che comprende.

In un’intervista dedicata al tema, Faggin ha descritto l’IA come uno strumento utile quando le viene affidato un problema circoscritto, come un calcolo matematico. Ha collegato la questione anche all’etica e alle decisioni: le macchine possono affiancare le persone nelle attività, mentre a queste ultime spetta la responsabilità del loro impiego. Nella sua formulazione, l’etica non è un algoritmo e non può essere affidata a un sistema automatico.

Una distinzione utile nel dibattito tecnologico

La prospettiva di Faggin prende forma anche a partire dal suo percorso professionale. Ha lavorato su processori, chip e interfacce, attraversando diversi livelli dell’informatica: il calcolo svolto all’interno dei dispositivi e le modalità con cui le persone li usano. La sua esperienza gli consente di parlare della potenza dell’elaborazione digitale e, insieme, di tenere distinta l’intelligenza intesa come capacità operativa dalla coscienza.

Un programma può superare una persona in compiti specifici; la coscienza, nella riflessione di Faggin, riguarda invece l’esperienza vissuta di un soggetto. A Ponte dell’Olio questa differenza è tornata al centro della conversazione. La storia dei computer si è così intrecciata con una domanda che riguarda anche il modo in cui gli esseri umani interpretano se stessi.

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