A Pozzuoli, l’ex fabbrica Olivetti progettata da Luigi Cosenza racconta un’idea di lavoro a misura d’uomo, poi trasformata in centro di ricerca. Tra i danni del sisma e una tutela insufficiente, il suo futuro dipende da un recupero condiviso.

Adriano Olivetti affidò nel 1951 a Luigi Cosenza il progetto dello stabilimento di Pozzuoli. I lavori terminarono nel 1954 e l’inaugurazione ufficiale si tenne nell’aprile 1955. La fabbrica, destinata alla produzione di macchine da calcolo e da scrivere, fu pensata anche come un luogo di lavoro luminoso, immerso nel verde e attento alla vita quotidiana. Oggi il complesso ospita attività di ricerca, uffici e imprese. I danni causati dal sisma del 31 luglio 2026 hanno riportato al centro la fragilità del patrimonio e l’urgenza di un recupero coordinato.

Olivetti e Cosenza, una fabbrica a misura d’uomo

Portare industria e occupazione nel Mezzogiorno: per Olivetti, investire a Pozzuoli significava inserirsi in una visione più ampia di sviluppo sociale e territoriale. La fabbrica doveva sostenere un’organizzazione produttiva efficiente e garantire condizioni dignitose ai lavoratori. Le macchine, insomma, erano soltanto una parte del progetto. Cosenza mise in relazione produzione, luce e paesaggio, facendone elementi di un unico disegno.

Lo stabilimento sorge lungo la via Domiziana, in posizione panoramica sul golfo. La pianta a croce organizza officine e servizi in corpi distinti, seguendo la forma del terreno e lasciando spazio all’ampliamento graduale delle lavorazioni. Anche la sezione degli edifici e le coperture furono studiate per portare luce naturale negli ambienti produttivi. La disposizione dei reparti rispondeva alle esigenze del ciclo industriale e, allo stesso tempo, alla qualità degli spazi in cui si svolgeva il lavoro.

Il progetto comprendeva anche gli ambienti di servizio e le aree esterne. Pietro Porcinai disegnò il verde; Marcello Nizzoli si occupò dello studio del colore per gli interni. Mensa, spogliatoi, biblioteca e spazi di assistenza erano parte dell’insediamento, collegati da percorsi e affiancati da aree aperte. Il benessere entrava nell’organizzazione industriale come componente concreta dell’esperienza quotidiana, non come semplice decorazione.

Dalle macchine da scrivere alla ricerca

L’attività olivettiana a Pozzuoli era cominciata nel 1951, in spazi messi a disposizione dall’Ansaldo. Lì si formarono i dipendenti e si avviarono le prime produzioni sperimentali. La costruzione del nuovo stabilimento si concluse nel 1954; l’inaugurazione dell’aprile 1955 sancì l’avvio ufficiale della fabbrica progettata da Cosenza. Si lavorava a macchine da calcolo e a modelli di macchine per scrivere. Con il tempo si aggiunsero produzioni meccaniche ed elettroniche.

Gli ampliamenti continuarono fino al 1970. L’impianto originario fu mantenuto, pur con gli adattamenti richiesti dalle nuove esigenze. In seguito cambiò il ciclo produttivo e la fabbrica smise di essere il centro della presenza Olivetti. Dalla fine degli anni Ottanta cominciò la conversione a uffici; negli anni successivi arrivarono laboratori del Consiglio nazionale delle ricerche, sedi universitarie e società di servizi. Il riuso ha così mantenuto attività nel sito e ne ha prolungato la funzione produttiva e di ricerca.

A Pozzuoli gli edifici hanno continuato a essere utilizzati, anche dopo il cambiamento delle attività industriali. Il complesso è di proprietà privata e oggi accoglie funzioni differenti. Le criticità manutentive restano aperte, così come il tema della conservazione. Il lavoro da fare consiste nel tenere insieme le attività contemporanee, la sicurezza e la tutela degli elementi architettonici che identificano il progetto.

Il sisma e i limiti della tutela attuale

Il terremoto del 31 luglio 2026 ha danneggiato alcune parti del complesso. Tra queste, una porzione della pensilina d’ingresso e il solaio di copertura della mensa. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli ha riferito che la proprietà ha comunicato gli interventi per riparare i crolli interni, sottoponendoli al parere previsto dalle procedure di tutela. Le lesioni hanno richiamato l’attenzione sul legame tra manutenzione, sicurezza strutturale e conservazione.

Il vincolo storico-artistico, in vigore dal 2006, interessa le facciate. La Soprintendente Paola Ricciardi ne ha riconosciuto il valore e ha segnalato che la tutela lascia fuori parti interne e spazi aperti. Da tempo Docomomo Italia, associazione che si occupa della documentazione e della conservazione dell’architettura moderna, chiede di estendere la salvaguardia a tutto l’insediamento. Dopo il sisma del 2026, l’associazione ha rinnovato l’appello insieme a studiosi dell’Università Federico II, chiedendo un confronto urgente fra enti e proprietari.

Nel discorso sulla tutela rientra anche il vicino quartiere INA-Olivetti, progettato all’interno della stessa visione che metteva in relazione abitare e lavorare. Il piano paesaggistico protegge il quartiere, che non ha però un vincolo storico-artistico specifico. La Soprintendenza ha segnalato le difficoltà legate alle trasformazioni degli edifici e alla frammentazione delle proprietà, ostacoli all’applicazione di un vincolo unitario. Per guidare gli interventi su parti comuni, spazi aperti e caratteristiche architettoniche ancora leggibili, ha indicato la pianificazione urbanistica e la tutela partecipata.

Un recupero da costruire con proprietà e istituzioni

Docomomo e il Dipartimento di Architettura della Federico II propongono di aprire un tavolo con la Soprintendenza, il Comune, i proprietari e i rappresentanti del complesso e del quartiere. Il confronto dovrebbe coordinare la messa in sicurezza, il ripristino degli edifici danneggiati e la continuità delle attività presenti. Nel 2026, secondo una stima di Docomomo, il polo tecnologico impiega circa 2.500 addetti. Il recupero riguarda dunque anche un luogo di lavoro tuttora frequentato.

La Soprintendenza ha indicato nel nuovo strumento urbanistico comunale un’occasione per introdurre criteri di qualità architettonica e urbana. Per il quartiere il percorso suggerito prevede interventi condivisi su facciate, coperture, scale, colori e spazi comuni, ricondotti a un disegno coerente. Per la fabbrica, invece, alle riparazioni urgenti dovrebbe affiancarsi una valutazione complessiva del complesso e delle sue funzioni. In questo modo gli interventi potranno tenere conto del progetto originario e delle esigenze attuali.

Il futuro del sito può fondarsi sulla continuità delle attività di ricerca, formazione e lavoro, insieme a spazi che rendano leggibili la storia industriale e il valore architettonico della fabbrica. Servono un progetto unitario, il coinvolgimento della proprietà e degli enti competenti, priorità definite per la sicurezza e risorse proporzionate agli interventi. La tutela deve diventare un progetto d’uso, capace di accompagnare il complesso nel tempo.

La fabbrica progettata da Cosenza racconta una stagione di innovazione tecnologica e sociale. Mostra come l’architettura industriale possa organizzare la produzione mettendola in relazione con la luce, il paesaggio e i servizi destinati alle persone. La sua salvaguardia protegge una parte della storia dell’impresa italiana e conserva per Pozzuoli un luogo attivo, riconoscibile. Il rilancio passa da un lavoro comune su sicurezza, memoria e nuove funzioni: è da questo equilibrio che dipende la continuità del complesso.

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