A Bologna, negli anni Novanta, Bifo e Bonaga trasformano l’eredità di Radio Alice in una televisione di quartiere: un trasmettitore sul tetto, storie e notizie dalla strada, cassette destinate a lasciare il segno.
Orfeo TV accese il trasmettitore il 21 giugno 2002 sui tetti di via Orfeo, a Bologna. Il segnale raggiungeva un tratto del quartiere. L’esperimento si legava all’eredità delle radio libere e alla scena politica e culturale bolognese. L’idea era semplice e radicale: fare televisione vicino a chi la guardava, affidando agli abitanti il ruolo di autori, intervistati e protagonisti.
Da Radio Alice alla televisione di quartiere
Franco Berardi, detto Bifo, aveva partecipato all’esperienza di Radio Alice, emittente libera bolognese nata nel 1976 e chiusa dalle forze dell’ordine nel 1977. In quegli anni l’informazione veniva sperimentata come parte della vita quotidiana e dei movimenti della città. Orfeo TV riprese quella spinta in una stagione diversa: nel 2002 il dibattito riguardava la concentrazione della televisione nazionale, mentre videocamere e videoregistratori erano ormai accessibili anche fuori dagli studi professionali.
Il progetto prese forma dall’incontro fra Bifo, il filosofo Stefano Bonaga e una rete di attivisti, tecnici, studenti e videomaker. Fra i fondatori figuravano anche Valerio Minnella e Giancarlo “Ambrogio” Vitali; Andrea Gropplero è indicato fra i membri del primo gruppo. Massimo Osti e Stefano Benni, legati alla vita culturale cittadina e al progetto, contribuirono a far conoscere l’iniziativa. La rete di collaboratori e partecipanti era parte integrante del modello: la produzione coinvolgeva molte persone, con ruoli e competenze differenti.
Le riunioni si svolgevano anche al bar Miki & Max, luogo d’incontro del quartiere dove si discutevano programmi, idee e organizzazione. Il tavolo del bar e le antenne sui tetti raccontano bene la concretezza dell’esperimento: prima ancora della cabina di regia, c’erano le relazioni locali. Il gruppo voleva rendere possibile una comunicazione prodotta da chi abitava le strade attorno a via Orfeo, a partire dalle esperienze e dalle questioni di quel territorio.
Un trasmettitore sul tetto, un pubblico vicino
La tecnologia era essenziale. Una piccola regia raccoglieva videocamere e videoregistratori, insieme agli apparecchi necessari per modulare e trasmettere il segnale. In alto, un’antenna lo irradiava su una frequenza televisiva libera nella zona. Per Orfeo era indicato il canale 51, in un “cono d’ombra” del segnale di MTV: una porzione di territorio in cui la trasmissione locale poteva trovare spazio. Il gruppo sfruttava la conformazione effettiva della copertura.
Un ricevitore montato al contrario poteva funzionare da trasmettitore. Era una soluzione artigianale e a basso costo, che mostrava quanto gli strumenti per diffondere un segnale fossero accessibili. Le cronache del 2002 parlavano di una portata di circa 100 metri; la cronologia cittadina la colloca attorno ai 150. La copertura, in ogni caso, era circoscritta e irregolare, influenzata da edifici, tetti e ostacoli. Il segnale arrivava alle case e ai locali vicini.
Le trasmissioni cominciavano la sera, attorno alle 19, e duravano due o tre ore. Per seguirle, il pubblico doveva sintonizzare il televisore sul canale utilizzato. Nelle strade interessate comparivano manifesti con le indicazioni per la ricezione. Orfeo aveva scelto una scala di quartiere: puntava a essere riconoscibile nel territorio e accessibile a chi viveva nel raggio del trasmettitore.
Interviste, strada e notizie locali
La prima trasmissione, il 21 giugno 2002, si aprì con il videoclip “Hello, I Love You” degli Stupid Set. Il palinsesto accostava interviste per strada, contributi di videomaker, interventi di persone note e racconti sui problemi del quartiere. Fra gli interlocutori potevano esserci un barista o una parrucchiera. Stefano Bonaga, per esempio, intervistò una parrucchiera sul senso di una televisione di quartiere.
Tra le questioni raccontate c’era la difesa degli Orti scolari di via Orfeo, un’area verde al centro di una controversia legata al progetto di un parcheggio. Accanto ai temi locali trovavano posto produzioni audiovisive indipendenti e iniziative della scena cittadina. L’emittente poteva lasciare sullo schermo il proprio logo, collegare l’audio a una radio d’informazione oppure organizzare trasmissioni speciali. Il palinsesto aveva margini di libertà nella scelta dei contenuti e dei tempi.
Gli abitanti potevano proporre servizi, portare immagini, raccontare vicende e partecipare alla produzione. La televisione diventava così uno spazio in cui il pubblico prendeva la parola e contribuiva ai contenuti. Contavano soprattutto l’accesso agli strumenti, il rapporto con il luogo e la possibilità di intervenire. Con una tecnologia analogica e una trasmissione via antenna, Orfeo sperimentava pratiche partecipative che sarebbero diventate più familiari con le piattaforme video e i social network.
Le cassette e l’eredità di Telestreet
Orfeo fu il punto di partenza di Telestreet, una rete di televisioni di strada che portò il modello in altre città italiane. Ogni emittente costruiva un palinsesto autonomo e poteva scambiare esperienze con le altre. La rete cresceva grazie alle iniziative locali. Nel dicembre 2002 Bologna ospitò Eterea, un incontro nazionale rivolto a chi aveva già avviato una micro-tv e a chi voleva sperimentare quel formato. L’attenzione si allargò dal singolo trasmettitore alla possibilità di moltiplicare le voci e le comunità coinvolte.
La memoria di Orfeo è affidata anche ai filmati realizzati in quegli anni. Home Movies, Fondazione che conserva e valorizza materiali audiovisivi, ha ricevuto il fondo dell’emittente. Nel 2026 il nucleo comprendeva 292 cassette, di cui 60 digitalizzate. Le immagini mostrano programmi e interviste, ma anche l’organizzazione quotidiana del gruppo: le riunioni al bar, le riprese nei dintorni, le feste di strada e le prove tecniche sui tetti.
Orfeo mostrò che una televisione poteva nascere da attrezzature comuni e da una rete di persone disposte a condividere competenze e responsabilità. L’intuizione, maturata nel 2002 sulle strade di Bologna e nutrita dalla memoria di Radio Alice, lascia una domanda sulla comunicazione digitale: la partecipazione prende forma quando le persone possono raccontare il proprio mondo e farlo circolare.










