Meta, TikTok e Google contestano la legge californiana che mira a proteggere i minori online. Al centro dello scontro ci sono gli obblighi per le piattaforme, le ragioni dei ricorsi e la difesa dello Stato, con possibili effetti anche per UE e Italia.
Meta, TikTok e Google hanno depositato tre cause separate contro la California per fermare l’Assembly Bill 1709, la legge che dal 1° gennaio 2027 dovrebbe limitare alcune funzioni dei social per gli under 16. I ricorsi sono stati presentati in tribunali federali californiani e chiedono ai giudici di intervenire prima dell’entrata in vigore. La disputa riguarda anche una questione più ampia: chi può decidere come i contenuti vengono selezionati e mostrati ai più giovani. L’esito del confronto potrebbe influenzare le norme che altri Stati stanno valutando.
Cosa prevede la legge californiana
Firmato dal governatore Gavin Newsom a settembre 2026, l’AB 1709 vieta alle piattaforme di offrire agli utenti sotto i 16 anni alcune funzioni che la norma considera potenzialmente capaci di favorire un uso compulsivo. Sono vietati i feed personalizzati, lo scorrimento infinito e l’autoplay, cioè la riproduzione automatica dei video. Le società dovranno anche rimuovere gli account dei minori che continuassero a usare le funzioni proibite.
Il provvedimento interviene su una disciplina californiana del 2024 relativa ai feed algoritmici rivolti ai minori. Ha ottenuto un ampio sostegno parlamentare ed è stato promosso da Common Sense Media, organizzazione che si occupa della tutela dei bambini nei media. Per le violazioni consapevoli sono previste sanzioni fino a 50.000 dollari per minore; in caso di negligenza, la cifra arriva a 25.000 dollari. La legge entrerà in vigore il 1° gennaio 2027. Le aziende chiedono che venga bloccata prima di quella data.
Il campo di applicazione comprende servizi in cui raccomandazioni, riproduzione automatica e scorrimento senza fine orientano la fruizione dei contenuti. Google, proprietaria di YouTube, Meta, che controlla Facebook e Instagram, e TikTok rientrano quindi tra le società interessate. Per chi usa queste app, la legge può significare feed meno personalizzati o account soggetti a limitazioni. Per le piattaforme, comporterebbe modifiche al modo in cui è progettata l’esperienza degli adolescenti.
Le ragioni dei ricorsi e la difesa dello Stato
Le tre società contestano la legge sul piano costituzionale. A loro avviso, viola il Primo Emendamento, che tutela la libertà di espressione, perché interferisce con le scelte editoriali delle piattaforme. Classificare i post e stabilire quali mostrare, sostengono, è parte del modo in cui comunicano. Nei ricorsi viene citata anche la Section 230 del Communications Decency Act, la legge federale che limita la responsabilità delle piattaforme per i contenuti pubblicati dagli utenti.
Le aziende richiamano inoltre una decisione della Corte Suprema statunitense del 2024 sugli algoritmi di moderazione e selezione dei contenuti. Meta sostiene che il governo non possa sostituirsi alle sue scelte editoriali. Google avverte che restrizioni estese rischierebbero di ostacolare anche strumenti pensati per proporre contenuti adatti all’età ; TikTok definisce i limiti una compressione ingiustificata della libertà di espressione. Nei ricorsi sono richiamati anche i diritti dei genitori.
Newsom ha difeso il provvedimento, affermando che la sicurezza dei bambini debba avere la priorità . Anche il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha annunciato che lo Stato lo difenderà in tribunale. La Electronic Frontier Foundation, organizzazione che si occupa di diritti digitali, è invece contraria: teme ricadute sulla privacy e sulla libertà di parola e sostiene che le restrizioni possano limitare l’accesso dei giovani a informazioni ed esperienze.
Gli effetti possibili per piattaforme, UE e Italia
Feed raccomandati e autoplay contribuiscono a trattenere l’attenzione, aumentare l’attività sulle app e sostenere i ricavi pubblicitari. Con la legge in vigore, le aziende dovrebbero rivedere funzioni centrali dei servizi destinati ai minorenni, intervenendo sulle strategie di coinvolgimento e sulla distribuzione dei contenuti. La contesa si aggiunge a migliaia di cause già avviate negli Stati Uniti da cittadini, scuole e amministrazioni. Le accuse rivolte alle piattaforme riguardano il loro presunto ruolo nella dipendenza e nei problemi di salute mentale tra i giovani.
La vicenda è seguita anche in Europa. Il Digital Services Act impone alle grandi piattaforme di valutare e mitigare i rischi sistemici, compresi quelli che interessano i minori, mentre la Commissione europea ha pubblicato linee guida per la loro protezione online. La California interviene invece su caratteristiche specifiche della progettazione dei servizi. Per l’Italia, il caso può diventare un riferimento nel confronto su come rendere le piattaforme digitali più sicure per gli adolescenti.
Le cause sono ancora nelle fasi iniziali. Spetterà ai giudici valutare se le restrizioni siano compatibili con le libertà tutelate dalla Costituzione. La legge californiana sui social per i minori può diventare un precedente per altri Stati interessati a regolare algoritmi e funzioni delle piattaforme; il primo passaggio sarà la decisione dei tribunali federali chiamati a esaminare i ricorsi.










