L’intesa antitrust tra Apple e l’Ue apre una nuova fase per l’App Store, ma le condizioni proposte non convincono gli sviluppatori italiani. Tra le obiezioni e i cambiamenti ancora richiesti, resta da capire quanto spazio avranno le alternative.
Diciotto organizzazioni di sviluppatori e imprese digitali hanno contestato i nuovi termini europei di Apple. Alla Commissione chiedono di non considerarli una soluzione definitiva al contenzioso sul Digital Markets Act (DMA), il regolamento Ue sui mercati digitali. Apple ha annunciato le modifiche il 18 agosto 2026, presentandole come frutto della collaborazione con Bruxelles. Le nuove condizioni sono entrate in vigore il 1° ottobre 2026.
Dal contenzioso alle nuove condizioni
Il DMA mira a rendere più contendibili i mercati digitali. Per Apple, tra gli obblighi in gioco ci sono il diritto degli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso offerte esterne, previsto dall’articolo 5(4), e la possibilità di usare sistemi di pagamento alternativi, disciplinata dall’articolo 5(7). L’articolo 6(4) riguarda invece la distribuzione delle app attraverso canali diversi dall’App Store. Il regolamento richiede anche condizioni di accesso eque, ragionevoli e non discriminatorie.
La Commissione europea ha avviato nel marzo 2024 indagini sulle regole di Apple per i collegamenti a offerte esterne e sulle condizioni della distribuzione alternativa. Il 23 aprile 2025 ha accertato una violazione dell’obbligo anti-steering e, nel 2025, ha imposto una sanzione di 500 milioni di euro. Secondo l’autorità, le restrizioni impedivano agli sviluppatori di informare liberamente gli utenti sulle offerte disponibili fuori dall’App Store e di concludere contratti senza costi ricorrenti imposti da Apple.
Con il nuovo modello, gli sviluppatori che distribuiscono app nell’Unione europea sono ricondotti a un unico insieme di condizioni. La commissione sulle transazioni digitali cambia in base al canale e ai servizi utilizzati. Apple indica per il 2026 un’aliquota del 15% per la maggior parte degli sviluppatori; per alcune configurazioni sull’App Store, le commissioni possono arrivare al 26% nel 2026. C’è poi una Core Technology Commission del 5% nel 2026, applicata alle transazioni digitali nelle app distribuite tramite marketplace alternativi o direttamente dal sito dello sviluppatore.
La riforma cancella la precedente Core Technology Fee, che prevedeva un addebito di 0,50 euro per installazione nel 2026 oltre il primo milione di installazioni annuali. Apple elimina anche le voci chiamate Initial Acquisition Fee e Store Services Fee. Restano disponibili i pagamenti esterni e la distribuzione attraverso marketplace di terzi o dal sito dello sviluppatore. Il costo effettivo varia quindi secondo il percorso scelto, tra aliquote e condizioni diverse.
Le obiezioni degli sviluppatori
Tra le organizzazioni che contestano il nuovo schema figurano la Coalition for App Fairness, che riunisce aziende e sviluppatori critici verso le regole degli app store, e ARTICLE 19, attiva sulla libertà d’espressione. La loro critica riguarda costi e vincoli che, a loro giudizio, possono scoraggiare i pagamenti e la distribuzione alternativi. Gli sviluppatori chiedono maggiore libertà nel concludere transazioni fuori dalla piattaforma.
La questione tocca anche il potere contrattuale. Apple continua a stabilire le condizioni per accedere a iOS e i requisiti tecnici dei canali alternativi. Nel sistema restano la verifica e la notarizzazione delle app. Una software house italiana, quindi, deve considerare la percentuale applicata a ogni vendita insieme agli oneri di gestione, agli strumenti di pagamento e all’assistenza agli utenti. Ci sono poi i requisiti necessari per distribuire un’app attraverso un marketplace indipendente.
Che cosa deve ancora cambiare
La Commissione deve stabilire se i termini in vigore dal 1° ottobre 2026 rendano effettivi gli obblighi del DMA, in particolare quelli sul collegamento a offerte esterne e sulla distribuzione alternativa. La valutazione riguarda dunque le condizioni applicate da Apple e il loro rapporto con le regole europee.
Per le imprese tecnologiche italiane, le scelte operative comprendono il canale di distribuzione, il costo delle transazioni e il percorso che un utente deve seguire per completare un acquisto esterno. Conta anche la possibilità di cambiare modalità senza affrontare nuovi vincoli contrattuali. Se le alternative restano più onerose o complesse, pur essendo disponibili, il controllo di Apple sull’ecosistema si ridurrà soltanto in parte.










