A ottant’anni dalla sua scomparsa, una mostra alla tomba ricorda Adriano Olivetti e il suo rifiuto del consumismo. Dalle macchine alla tecnologia, riaffiora un’idea di impresa fondata su lavoro e comunità, ancora attuale.

La mostra multimediale allestita a Santa Marta mette la memoria di Adriano Olivetti accanto alla sua tomba. Al centro c’è l’imprenditore che considerava l’industria parte della vita civile. L’iniziativa si svolge nell’anno degli ottant’anni delle Spille d’Oro, l’associazione degli ex dipendenti Olivetti, e riprende il suo «no al consumismo» come critica a un’economia che misura il progresso soltanto in produzione e profitto.

Per Olivetti, il valore della tecnologia dipendeva dalla sua capacità di migliorare la vita. La sua impresa cercò di coniugare prodotti competitivi e qualità del lavoro, dando spazio anche alla crescita delle comunità. È una questione che riguarda ancora le aziende tecnologiche: progettare significa scegliere che cosa costruire, per chi e con quali conseguenze.

La mostra e la memoria di Olivetti

L’anniversario delle Spille d’Oro è stato accompagnato dal programma «Ottant’anni d’Oro – Una storia che ispira il futuro». Incontri, mostre, workshop e iniziative culturali si sono distribuiti nel Canavese, coinvolgendo luoghi come il Museo Tecnologic@mente e il Teatro Giacosa. Il calendario ha messo in relazione impresa, innovazione e territorio; a Santa Marta, la ricorrenza prende la forma di un percorso dedicato alla memoria e all’eredità di un progetto collettivo.

Il programma della mostra si sviluppa in tre incontri su lavoro, impresa, quartieri, memoria e futuro. Il percorso parte dalla figura dell’imprenditore e arriva alle strutture sociali che la sua visione voleva trasformare. Al centro ci sono idee come dignità, cultura e partecipazione, osservate attraverso le scelte concrete che le portarono nella vita dell’azienda e della città. Sono temi ancora leggibili nell’epoca delle piattaforme e dell’automazione.

La tomba richiama la distanza tra una vita individuale e la durata delle idee. Olivetti morì nel 1960, a 58 anni, durante un viaggio in treno in Svizzera. Con la sua scomparsa si interruppe una stagione di sperimentazione; a Ivrea restò l’impronta di un modello in cui fabbrica, servizi, architettura e attività culturali erano pensati come elementi di uno stesso ambiente.

Dalla fabbrica di macchine alla tecnologia

La storia industriale dell’azienda cominciò con Camillo Olivetti, fondatore a Ivrea di un’impresa di macchine per scrivere. Adriano, nato nel 1901, ne ampliò dimensioni e orizzonte. Progettazione dei prodotti, comunicazione, organizzazione del lavoro e presenza internazionale confluirono in una strategia comune. Ogni macchina nasceva dall’incontro tra ricerca tecnica, design e attenzione all’esperienza di chi la utilizzava.

Questa impostazione portò Olivetti a essere riconosciuta anche fuori dall’Italia. Le macchine per scrivere e quelle per il calcolo mostravano come un’industria potesse unire precisione e cura della forma. Grafica e pubblicità contribuirono a dare coerenza all’identità del marchio. Anche l’aspetto degli oggetti partecipava alla loro qualità e al rapporto con le persone e gli spazi in cui venivano usati.

Con il passaggio all’informatica, l’ambizione tecnologica dell’impresa divenne ancora più evidente. Presentata negli anni Sessanta, la Programma 101 è ricordata come uno dei primi calcolatori da tavolo programmabili e come una tappa significativa nella storia del personal computing. Fu realizzata dopo la morte di Adriano, nel solco delle competenze e della ricerca coltivate dall’azienda. A tradurre un indirizzo culturale in dispositivi e processi industriali furono anche tecnici, progettisti e collaboratori.

Lavoro, impresa e comunità

La fabbrica, nella visione di Olivetti, aveva una responsabilità verso le persone e il territorio. A Ivrea furono sviluppati servizi per i dipendenti e le loro famiglie: biblioteche, mense, assistenza sanitaria, asili e iniziative educative. Il benessere entrava nell’organizzazione come condizione per una comunità più istruita, sana e partecipe.

Anche l’architettura rispondeva a questa impostazione. Gli edifici di lavoro erano progettati per offrire luce e apertura, con attenzione al contatto con il verde. Case, servizi e luoghi culturali formavano un paesaggio urbano legato alla vita quotidiana. Occuparsi dei quartieri e della memoria significava riconoscere che l’attività di un’impresa cambia i luoghi in cui si svolge e lascia conseguenze oltre i cancelli dello stabilimento.

La cultura trovava spazio nella vita aziendale attraverso biblioteche, conferenze, musica e occasioni formative. In un periodo in cui l’accesso alla cultura non era scontato per tutti, queste attività portavano conoscenza anche ai lavoratori. Il programma musicale avviato nel 1948, per esempio, proponeva ascolti guidati ai dipendenti e alle loro famiglie. Negli anni seguenti si aprì anche a linguaggi contemporanei e sperimentali: la cultura faceva parte dell’esperienza del lavoro.

Che cosa resta per le imprese tecnologiche

Il «no al consumismo» si comprende attraverso le scelte di Olivetti. Investì nella tecnologia e realizzò prodotti destinati ai mercati internazionali, mentre contestava l’idea che vendere di più fosse una misura sufficiente del successo. La sua esperienza indica una possibile responsabilità d’impresa: innovare e mantenere l’efficienza, considerando lavoratori, utenti e territorio.

Per chi opera oggi nel settore tecnologico, da qui nascono questioni molto pratiche. Come progettare strumenti che rispondano a bisogni reali? In che modo le condizioni di lavoro influiscono sulla qualità di un prodotto? E quale responsabilità hanno le aziende verso i quartieri e le comunità che sostengono la loro attività? Sono interrogativi che toccano la progettazione e la formazione, l’accessibilità e la distribuzione dei benefici dell’innovazione.

A Santa Marta lo sguardo torna alla tomba e alla città, riunendo la vicenda personale di Olivetti, la fabbrica e la memoria collettiva. La sua esperienza lascia un criterio per valutare le imprese: il progresso tecnologico acquista senso quando amplia possibilità e dignità, e quando il lavoro non è ridotto a un aumento della produzione. Resta aperta la domanda su come progettare aziende e tecnologie mettendo le persone al centro, e su quale idea di comunità possa nascere da quel lavoro.

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