La morte di Adriano Olivetti nel 1960 segnò una svolta, ma non cancellò subito l’ambizione tecnologica italiana. Dalla visione industriale all’Elea 9003 e alla Programma 101, resta da capire che cosa svanì davvero.

Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti morì a 58 anni, durante un viaggio in treno verso Losanna. L’azienda che portava il suo nome investiva già nell’elettronica. Con lui venne meno una guida capace di tenere insieme industria, ricerca e riforma sociale; il lavoro informatico, però, proseguì. Negli anni successivi nacquero macchine italiane di grande rilievo, mentre diventava più incerta la continuità industriale del progetto.

È qui che la vicenda mostra il suo contrasto più netto. Olivetti aveva costruito un’impresa in cui tecnologia e design rispondevano a una visione più ampia, attenta alle condizioni dei lavoratori e alla cultura. Dopo la sua morte ingegneri e progettisti continuarono a innovare. Le difficoltà finanziarie e le scelte societarie, però, resero arduo trasformare il vantaggio tecnico in una presenza stabile nel mercato mondiale dei computer.

La visione industriale di Adriano Olivetti

Figlio di Camillo, che aveva fondato la società nel 1908, Adriano ne guidò la crescita dal 1932 al 1960. Macchine da scrivere, calcolatrici e prodotti per ufficio portarono il marchio Olivetti sui mercati internazionali. Il suo progetto arrivava ben oltre la fabbrica: nel dopoguerra promosse iniziative sociali e culturali e una proposta politica comunitaria, esposta nel libro L’ordine politico delle Comunità. Il volume fu elaborato durante l’esilio in Svizzera, fra il 1944 e il 1945.

Quella visione si rifletteva anche negli oggetti. Efficienza, qualità d’uso e forma dovevano procedere insieme. La Lettera 22, compatta e funzionale, vinse il Compasso d’Oro nel 1954 e in seguito entrò nelle collezioni permanenti del Museum of Modern Art di New York. Era il prodotto di una cultura aziendale che lasciava spazio a tecnici, designer e ricercatori. L’innovazione, per Olivetti, aveva una dimensione umana oltre che commerciale.

La svolta informatica era già in corso. Nel 1955 l’azienda aprì a Pisa un laboratorio di ricerche elettroniche, in collaborazione con l’università. A dirigere il gruppo fu Mario Tchou, ingegnere italocinese. Da quel lavoro nacque l’Elea 9003, presentato nel 1959: uno dei primi calcolatori commerciali interamente a transistor e il primo prodotto in Italia con questa tecnologia. Il nome riprendeva quello della città greca di Elea. Ettore Sottsass ne curò l’impostazione estetica, organizzando la macchina in moduli e allontanandola dall’aspetto dei consueti armadi imponenti.

Elea 9003, il salto nell’elettronica

Tre programmi potevano essere gestiti contemporaneamente dall’Elea 9003. La macchina aveva una memoria a nuclei di ferrite, espandibile; per gli anni Cinquanta era potente, ma la produzione costava molto. Ogni esemplare richiedeva centinaia di migliaia di transistor e diodi affidabili. Per garantirsi la disponibilità dei componenti, Adriano favorì la nascita della Società Generale Semiconduttori insieme a Telettra. L’impresa sarebbe poi entrata nella storia industriale della microelettronica italiana.

La diffusione dell’Elea rimase limitata: ne furono commercializzati circa 40 esemplari. Il numero dà la misura della distanza fra la qualità tecnica del progetto e le dimensioni del mercato raggiunto. Produrre e vendere grandi sistemi elettronici richiedeva capitali, una rete commerciale e finanziamenti costanti. In quegli stessi anni Olivetti era sotto pressione per l’acquisto della statunitense Underwood, che aveva aggravato la situazione economica. La divisione elettronica si trovò così più esposta, mentre i concorrenti internazionali consolidavano risorse e mercati.

Adriano morì nel 1960; l’anno seguente Tchou perse la vita in un incidente stradale. Due lutti ravvicinati colpirono un gruppo ancora giovane: vennero a mancare sia il promotore industriale sia il dirigente alla guida della ricerca. La crisi maturò nel tempo, fra difficoltà economiche e decisioni aziendali. Nel 1964 la divisione elettronica fu trasferita a General Electric, il grande gruppo statunitense. L’accordo arrivò durante una fase di risanamento e di tensioni sulla sostenibilità degli investimenti; una parte del management considerava l’elettronica un’attività da ridimensionare.

Con il trasferimento il settore perse autonomia. Fu più difficile mantenere sotto una strategia comune competenze, ricerca e produzione. Il lavoro svolto a Ivrea e Pisa restò, ma si indebolì il collegamento fra la ricerca italiana e la possibilità di portare sul mercato una famiglia di sistemi informatici. La frattura fu anche manageriale e finanziaria: inventare una macchina notevole non bastava a garantirne lo sviluppo e la presenza commerciale nel tempo.

La Programma 101 dimostra che il lavoro continuò

Una prova concreta della prosecuzione dell’innovazione fu la Programma 101. Pier Giorgio Perotto avviò il progetto con Giovanni De Sandre e un gruppo ristretto di collaboratori, fra cui Gastone Garziera. Nell’ottobre 1965, alla fiera BEMA di New York, la macchina portò il calcolo programmabile sulla scrivania. Era uno strumento autonomo, pensato per utenti non specialisti, lontano dai grandi elaboratori installati nelle sale di calcolo.

La P101 aveva una piccola stampante e impiegava schede magnetiche per conservare programmi e dati. Per quel tipo di prodotto non erano ancora disponibili microprocessori e circuiti integrati: il gruppo lavorò quindi con transistor e soluzioni progettuali originali. Il progetto mostrò che in Italia c’erano competenze capaci di anticipare un’esigenza destinata a diventare centrale, quella di portare il calcolo fuori dai centri informatici e renderlo accessibile a un pubblico più ampio.

La produzione arrivò a 44.000 unità. Circa 20.000 furono realizzate nel 1966 e la maggior parte delle vendite raggiunse l’estero. La NASA acquistò alcune macchine; documenti tecnici e programmi ne attestano l’impiego in calcoli legati alle attività spaziali. La P101 ottenne dunque un risultato commerciale assai più ampio dell’Elea 9003. Il successo del prodotto, però, non riportò ricerca, sviluppo e produzione entro una strategia informatica unitaria e di lungo periodo.

Che cosa svanì davvero dopo il 1960

La morte di Adriano Olivetti arrivò in una fase decisiva per l’informatica italiana. Negli anni seguenti la ricerca andò avanti: l’Elea aveva già provato la capacità di progettare sistemi elettronici avanzati e la Programma 101 trasformò un’intuizione in un prodotto venduto sui mercati internazionali. A interrompersi fu la continuità necessaria a collegare quei risultati, sostenere gli investimenti e conservare il controllo industriale del settore.

Il sogno informatico italiano fu un vantaggio tecnologico concreto, costruito da progettisti, laboratori e idee originali. L’azienda faticò a farne un progetto globale stabile. A Ivrea e Pisa non mancava la capacità di inventare; mancò la possibilità di farla crescere nel tempo, tenendo insieme ricerca, capitale, produzione e mercato.

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