La diffamazione su Facebook non può essere equiparata a quella sulla stampa anche se raggiunge potenzialmente un pubblico più vasto. Lo ha sancito la quinta sezione della Corte di Cassazione respingendo il ricorso del procuratore della Repubblica di Imperia che aveva impugnato per abnormità l’ordinanza con cui il gip aveva riqualificato un fascicolo relativo agli apprezzamenti via Facebook pubblicati da un imputato catanese di 60 anni nei confronti di un terzo, fatto avvenuto a Diano Marina nell’estate del 2013. Per il giudice non si trattò di diffamazione aggravata dal fatto determinato e dal mezzo della stampa, ma di semplice diffamazione aggravata dal mezzo di pubblicità ovvero Facebook. L’esclusione della legge sulla stampa dimezza la pena massima prevista da 6 a 3 anni.

La Cassazione ha bocciato il ricorso della procura ligure, ribadendo un precedente del 2015 secondo cui la bacheca del social network può essere incasellata agevolmente nell’articolo 595 del codice penale. Insultare e ridicolizzare sui social network resta comunque una pratica che per 8 ragazzi su 10 è considerata non grave: l’86% minimizza le conseguenze sulle vittime, per il 71% non ce ne sarà alcuna. Dalla ricerca sul cyberbullismo dell’Università La Sapienza presentata ieri per la giornata mondiale della sicurezza in rete, che si celebra oggi in 100 Paesi, le parole dietro il paravento del PC o il cellulare non sono, è questa la giustificazione degli intervistati, paragonabili alla violenza fisica, e non dovrebbero fare così male.

Neanche quelle che puntano dritte al punto debole, come l’aspetto fisico, la timidezza, ma anche i genitori e la religione. Nel presentare lo studio è stato lanciato il progetto “Giovani ambasciatori contro il bullismo e il cyberbullismo per un web sicuro”, del Moige con la Polizia di Stato, che raggiungerà oltre 40mila studenti. I ragazzi ascoltati appaiono poco consapevoli delle regole del web, di quanti possono accedere ai contenuti pubblicati: il 68% non si preoccupa di pubblicare foto senza il consenso della vittima. E sono anche ignari che quelle angherie costituiscano reato. Sono stati 235 i casi di minori vittime di cyberbullismo trattati dalla Polizia postale nel 2016, e le indagini hanno portato alla denuncia di 31 minori. Anche gli adulti spesso negano i problemi quando si trovano ad affrontarli.

In questo contesto riparte da Piazza Montecitorio a Roma Una vita da social, la più importante e imponente campagna educativa itinerante realizzata dalla polizia postale e delle comunicazioni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca e con il patrocinio dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione e prevenzione dei rischi e pericoli della Rete per i minori. Un progetto al passo con i tempi delle nuove generazioni, che nel corso delle tre edizioni precedenti ha raccolto un grande consenso: gli operatori della Specialità hanno incontrato oltre un milione di studenti sia nelle piazze che nelle scuole, 106.125 genitori, 59.451 insegnanti per un totale di 8.548 Istituti scolastici, 30.000 km percorsi e 150 città raggiunte sul territorio e una pagina Facebook con 108mila like e 12 milioni di utenti mensili sui temi della sicurezza online.

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