L’hashtag #fertilityday è diventato immediatamente top trend



Se l’obiettivo della campagna del ministero della Salute sulla fertilità era far parlare di sé è stato ampiamente raggiunto, con l’hashtag #fertilityday che è diventato immediatamente top trend su Twitter e le bacheche di Facebook che si sono riempite di commenti sul tema. Il tono però non è quello sperato, con la maggior parte delle reazioni totalmente negativa, e perfino firme come lo scrittore napoletano Roberto Saviano e la sua collega sarda Michela Murgia a schierarsi contro, con l’accusa di aver scelto slogan che «insultano le donne», contestata però dallo stesso ministro Lorenzin secondo cui l’unico scopo è informare.

«Lo slogan del Fertility Day è “conoscere per essere libere di scegliere”, non è nostra intenzione fare una campagna per la natalità ma fare prevenzione perché l’infertilità è una questione di Salute Pubblica» ribadisce Lorenzin. «È un problema in crescita che riguarda sia gli uomini che le donne», aggiunge, sottolineando che «è stata individuata la necessità di informare le persone perché è emerso che spesso manca la consapevolezza dei tempi della fertilità, che varia a seconda delle età». Il messaggio non è stato recepito così dal web, con lo scrittore tra i primi a scagliarsi contro la campagna e addirittura molte donne che hanno cambiato la propria foto del profilo con la scritta “Io sono mia”.

«Il #fertilityday è un insulto a tutti», scrive lo scrittore, che fa anche una disamina molto critica dei manifesti pubblicati dal ministero, «a chi non riesce a procreare e a chi vorrebbema non ha lavoro. E il 22 mi rovinerà il compleanno». Due le critiche principali alla campagna, che ha slogan come “Sbrigati, non aspettare la cicogna” o “La fertilità è un bene comune”, o ancora “Genitori giovani. Il miglior modo di essere creativi”. Da una parte si afferma che il problema principale che ostacola la maternità è di tipo economico, dall’altra si accusano gli slogan di colpevolizzare le donne che, per volontà o per altri problemi, non hanno fatto figli, una retorica che richiama secondo alcuni quella fascista.

«In un Paese con il tasso di disoccupazione come quello italiano, dove chi ha talento, ambizioni e speranze emigra – scrive ancora Saviano – dove chi non ha la solidità economica diun famiglia che possa garantire studi e accesso alla professione, lascia il Paese,sembraunapresa in giro». A garantire che almeno le intenzioni sono buone è intervenuta Eleonora Porcu, specialista della fertilità e a capo del tavolo tecnico del ministero. «Ho visto il dolore delle persone – sottolinea Porcu – che a un certo punto cercano un figlio e non possono averlo, e spesso perché non erano a conoscenza del funzionamento del proprio apparato riproduttivo».

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