In quanti si sono accorti che è cambiata la chat di WhatsApp? Sul display di ogni singola conversazione è apparsa una nota, accompagnata da un lucchetto, che a qualcuno avrà causato qualche senso di disorientamento di troppo: “I messaggi che invii in questa chat e le chiamate sono ora protetti con la crittografia end-to-end“. A quel punto viene chiesto all’utente di effettuare la scansione di un codice per la conferma. Naturalmente non tutti hanno letto queste parole e sono già alle prese con le novità, i miglioramenti, le modifiche e l’innalzamento del livello di sicurezza predisposti da WhatsApp, ma solo coloro che hanno eseguito l’upgrade del software.

L’operazione è naturalmente gratuita e per procedere può essere sufficiente recarsi allo store di riferimento, Google Play per smartphone Android o App Store per iPhone. Il popolare software di messaggistica istantanea, che come è noto è controllato da Facebook ed esibisce circa un miliardo di utenti nel mondo, scrive nel messaggio pubblico “La privacy e la sicurezza sono nel nostro Dna” come “alcuni dei momenti personali più importanti siano stati condivisi su WhatsApp, motivo per cui abbiamo costruito la crittografia end-to-end. In questo modo messaggi, foto, video, messaggi vocali, documenti e chiamate non possono finire nelle mani sbagliate“.

In buona sostanza, WhatsApp non potrà intercettare quanto inviato e né memorizzare i messaggi sui server. Con la crittografia end to end le chiavi private e pubbliche sono presenti solo nei dispositivi di mittente e ricevente e nel canale di scambio. Lo scambio di battute è vincolato ai due e più utenti WhatsApp. Anche alla luce del recente dibattito sulla sicurezza (il caso più recente è la battaglia tra Apple e Fbi per sbloccare l’iPhone del killer di San Bernardino), si tratta di un progetto di rilievo per la protezione degli utenti su cui la società ha lavorato dalla fine del 2014.

La posizione di WhatsApp è chiara ed è stata espressa dall’amministratore delegato Jan Koum: “Il desiderio di proteggere le comunicazioni private della gente è una delle cose in cui più crediamo e per me è qualcosa di personale. Sono cresciuto in Unione Sovietica durante la dittatura comunista: lì non si poteva parlare liberamente, così ci siamo trasferiti in America”. E ancora: “Riconosciamo l’importante lavoro fatto dalle autorità per garantire la sicurezza, ma indebolire i sistemi di criptaggio rischia di esporre le informazioni delle persone ad abusi da parte di cybercriminali, hacker e stati nemici”.

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