Manca l'accelerazione dei tempi di pubblicazione del bando del Tfa ordinario



Il caso del Tfa terzo ciclo è emblematico delle difficoltà attraversate dal mondo della scuola. Nonostante se ne parli da tempo e al di là della prospettiva di riforma di questa modalità di abilitazione all’insegnamento degli insegnanti, le procedure di attivazione sono ferme al palo. Certo, dal Ministero dell’Istruzione lasciano capire come tra il concorso per docenti, le procedure di mobilità e l’avvio del nuovo anno scolastico, non c’è da sorprendersi più di tanto. Eppure il tempo corre veloce, sempre più atenei italiani non fanno nulla per nascondere i dubbi relativi alla tempistica per il Tfa e migliaia di aspiranti insegnanti sono in attesa di notizie ufficiali. «L’attuazione di un altro ciclo sarà imprescindibile» è la sola affermazione pubblica del ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, rilasciata pochi giorni fa a Repubblica TV.

E non è di certo una spinta ad accelerare i tempi di pubblicazione del bando del Tfa ordinario sapere che abbiamo il corpo docenti più anziano d’Europa. Circa sei-sette professori su dieci sono ultracinquantenni mentre otto su dieci sono di sesso femminile. Siamo tra i Paesi che spendono di meno per l’istruzione e gli stipendi sono tra i più bassi del continente. E oltre un terzo dei giovani tra venti e ventiquattro anni non studia e non lavora. Il quadro dipinto dall’Ocse nell’annuale “Sguardo sull’educazione” non premia l’Italia, anche se i dati riguardano il periodo 2008-2013. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico dà tuttavia atto al governo italiano di aver varato un piano di assunzioni che potrebbe ringiovanire il corpo insegnante.

Il governo contestualizza: «Con la Buona Scuola abbiamo invertito la rotta», commenta il ministro Giannini, che sottolinea come il recente piano di assunzioni ringiovanirà la platea degli insegnanti. Ce n’è bisogno: secondo l’Ocse il 69% dei docenti italiani delle superiori ha già superato i cinquant’anni. Non solo: abbiamo una delle quote più basse di docenti uomini. Altra voce non confortante è quella sui fondi all’istruzione: in Italia la spesa pubblica è scesa nel quinquennio 2008-2013 del 14%. Solo l’Ungheria ha fatto peggio. E poi c’è la nota dolente dei cosiddetti Neet: dal 2005 sono aumentati del 10% i giovani che non studiano e non lavorano, fino a raggiungere il 35% in Italia.

Non può sorridere nemmeno l’università italiana: la quota di neolaureati fra i 25 e i 34 anni che riescono a trovare un lavoro è di oltre venti punti inferiore alla media dei paesi dell’area in esame dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: 62% contro 83%. Se il governo è ottimista, meno lo è la Cgil, per cui «è evidente che le misure messe in campo finora siano insufficienti».

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