Al di là delle strette questioni legislative sulle questioni di amnistia e indulto, la Banca dati del Dna è realtà e da venerdì l’hanno cominciata ad alimentare i primi prelievi (138) fatti su detenuti in varie carceri italiane. Lo strumento potrà risultare utile nella lotta alla criminalità, nella ricerca degli scomparsi, nella soluzione di vecchi casi rimasti irrisolti, ma anche nel contrasto al terrorismo. Come previsto dal Regolamento attuativo della legge istitutiva della Banca, venerdì è stata realizzata la prima operazione di raccolta del campione di mucosa del cavo orale nei confronti di un detenuto straniero nel carcere romano di Regina Coeli.

Stando a quanto prospettato da ambienti giudiziari, se la misura dovesse entrare pienamente e regime, anche i temi di amnistia e indulto verrebbero trattati dal legislatore in una prospettiva differente. Ad attuarla, informa il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, personale della Polizia penitenziaria appositamente formato per questa attività. Lo stesso è stato fatto, sempre nella giornata di venerdì, in altri istituti penali del Paese. «Con la legge 30 giugno 2009, n. 85 l’Italia ha aderito al Trattato di Prum concluso il 27 maggio 2005 ai fini della cooperazione transfrontaliera per contrastare terrorismo, criminalità transfrontaliera e migrazione illegale», scrive il Dap in una nota.

Il prelievo, secondo la legge, avviene «nel rispetto della dignità, del decoro e della riservatezza di chi vi è sottoposto». Una volta raccolto, il campione è immediatamente inviato al Laboratorio centrale per la banca dati nazionale del Dna, istituito presso il Dap a Rebibbia e dotato di macchinari robotizzati per le varie fasi di tipizzazione del Dna. Successivamente sarà mandato alla Banca dati nazionale istituita presso il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il Dna non può essere prelevato in modo indiscriminato, ma solo a detenuti per reati non colposi per i quali è consentito l’arresto facoltativo in flagranza; arrestati in flagranza di reato o sottoposti a fermo di indiziato di delitto; soggetti nei confronti dei quali sia applicata una misura alternativa alla detenzione a seguito di sentenza irrevocabile, per un delitto non colposo.

Esclusi tutti i reati non violenti, come illeciti societari o tributari. L’accesso ai dati contenuti nella Banca dati nazionale del Dna è consentito alla polizia giudiziaria e all’autorità giudiziaria esclusivamente per fini di identificazione personale, nonché per le finalità di collaborazione internazionale di polizia. A seguito di assoluzione con sentenza definitiva perché il fatto non sussiste e al netto di provvedimenti di amnistia e indulto, perché l’imputato non lo ha commesso o perché il fatto non costituisce reato, è disposta d’ufficio la cancellazione dei profili del Dna e la distruzione dei relativi campioni biologici. Il controllo sulla Banca dati è esercitato dal Garante per la privacy. Quarant’anni è il termine massimo per cancellare il profilo del Dna, 20 quello per distruggere il relativo campione biologico.

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