C’è voluta un’interpellanza parlamentare per capire l’orientamento del governo in merito ai temi chiave di amnistia e indulto. O meglio, del ministro della Giustizia Andrea Orlando, che ha spiegato la linea in riferimento all’esecuzione penale. Ebbene, l’intenzione è quella di puntare sulle pene alternative per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri in Italia. Sebbene in misura inferiore rispetto al recente passato, i numeri rivelano come siano ancora tanti gli istituti penitenziari che si trovano in una situazione di extra capienza regolamentare.

Come argomentato dal guardasigilli, “attualmente le persone sottoposte a esecuzione penale sono un numero più significativo, più alto, di quelle che erano sottoposte a esecuzione penale nel massimo del sovraffollamento carcerario, cioè nel 2010, il che significa che le pene alternative sono cresciute significativamente: oggi ci avviciniamo, per ogni detenuto, ad un rapporto di quasi uno ad uno, rispetto alle persone sottoposte a esecuzione penale esterna, mentre nel 2010, si partiva da un rapporto di quattro detenuti per uno sottoposto ad esecuzione penale esterna“. Si tratta di parole che suonano come un allontanamento dalla lista delle priorità ministeriali delle questioni di amnistia e indulto.

Succede poi che, come riportato dall’edizione di sabato scorso del Fatto Quotidiano, il sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia, Gennaro Migliore, avrebbe annunciato l’intenzione di depotenziare il 41 bis, il cosiddetto carcere duro (“bisogna riconsiderare gli aspetti solo afflittivi“), e di pensare a innovazioni tecnologiche, “come Skype al posto delle schede telefoniche“. Attualmente sono 732 i detenuti in regime di 41 bis, distribuiti in 12 carceri: L’Aquila (136), Parma (62), Tolmezzo (19), Roma Rebibbia (44), Viterbo (57), (Milano Opera 84), Ascoli Piceno (43), Cuneo (21), Novara (68), Sassari (88), Spoleto (83) e Terni (27).

Nessun riferimento ad amnistia e indulto, ma “riteniamo – sono le parole riferite dal quotidiano in riferimento alla visita di Migliore alla Casa circondariale dell’Aquila – che l’interruzione dei rapporti con l’organizzazione non debba essere anche un’interruzione dei diritti fondamentali della persona. Fermo restando che ci debba essere una piena applicazione del principio per cui il 41 bis è stato pensato, ossia l’interruzione dei rapporti e dei legami tra le organizzazioni criminali e i loro capi bisogna fare una riflessione, così come è emerso anche dagli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, su come ci possa essere una maggiore flessibilità rispetto all’applicazione di determinati aspetti di questo regime detentivo“.

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