Sulla giustizia si procede con lentezza

La questione della concessione di amnistia e indulto continua a essere trattata sotto traccia, anche perché si tratta di uno snodo cruciale nella riorganizzazione del sistema carcerario. Tuttavia, sta mancando il guizzo decisivo e la commissione Giustizia al Senato, dove sono depositati quattro disegni di legge consultabili anche via web, che attendono di essere aggiornati e unificati. L’impressione, come testimoniato dalle recenti prese di posizione pubbliche, è che si stia attendendo l’accensione del semaforo verde alla riforma del processo penale prima di entrare nel vivo della trattazione dei temi di amnistia e indulto.

Il problema è che anche in questo caso, al pari di amnistia e indulto, si procede con lentezza. La riforma del processo penale «rischia la stessa sorte toccata al ddl anti-tortura»: finire in coda all’ordine del giorno dei lavori d’Aula di Palazzo Madama. Senza che nessuno più ne parli. È questa l’ipotesi più accreditata tra i senatori della maggioranza che, al momento, escludono il ricorso ad un voto di fiducia sul testo che contiene le contestate norme su prescrizione e intercettazioni. Anche se poi nella pratica, perché l’ipotesi si realizzi, l’Aula del Senato dovrebbe fare un nuovo voto sul calendario per modificare quello deciso dalla Conferenza dei capigruppo che vede, subito dopo la riforma del cinema (passata in testa dopo la richiesta di inversione dell’ordine del giorno avanzata dalla maggioranza), il Rendiconto 2015 e l’assestamento 2016 e poi gli «argomenti non conclusi » tra i quali rientra il ddl sulla giustizia penale.

Per quanto riguarda la fiducia, il presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato piuttosto chiaro: «Ci penso su due volte a mettere la fiducia su una cosa che Davigo definisce provvedimenti dannosi o inutili, su atti della giustizia che vogliono aiutare i magistrati, con i magistrati che dicono che sono dannosi». In realtà, il Consiglio dei ministri aveva autorizzato la richiesta della fiducia sul provvedimento, così come proposto da diversi ministri tra cui quello dell’Interno Angelino Alfano e il guardasigilli Andrea Orlando. Ma poi, l’intervista di quest’ultimo al Corriere della Sera, avrebbe fatto precipitare le cose, mandando «su tutte le furie mezzo governo e gran parte del Partito democratico».

E non solo perché si sarebbe «trincerato dietro Alfano», dicendo che lui era stato il primo a volere la fiducia sul ddl, ma anche «per il tono usato e per il modo», cioè «senza avvertire nessuno» dell’affondo riservato all’esecutivo. È probabilmente dopo aver letto le dichiarazioni di Orlando sul giornale che, secondo quanto si apprende da fonti della maggioranza del Senato, il premier avrebbe deciso di dire la sua. Tirando in ballo anche il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo già chiamato in causa dal ministro nella sua intervista.

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